(Dove) è finito il sogno dell’Europa?
di Térez Marosi
Non è facile riferire dell’incontro del 14 luglio sul palco centrale della Festa dell’Unità. In parte per la ricchezza di argomentazioni – agevolata anche dalla conduzione del direttore del Piccolo, Simone Ramella, nel ruolo di moderatore – in parte perché caratterizzato da una stoica, eroica resistenza alla forza d’urto della musica rock che – proveniente dal palco del “Cammello rosso” – rimbombava pure nelle viscere. Di solito si invoca la tolleranza verso le espressioni “di grande impatto” delle culture giovanili. Ora mi sento di invocare un po’ di tolleranza anche verso gli onesti tentativi di approfondimento che una festa di partito mette in programma. “Tolleranza” e attenzione. Qualche segnale di – come dire? – “noi ci crediamo”.
Il presidente del Movimento Federalista Europeo, Guido Montani, ripercorre la storia del sogno – progetto – europeo, tappe di un percorso che doveva – che deve – portare a una Europa non dei governi e dei mercati. Ma, e non è per inconfessabile vetero-marxismo che lo dico, quell’Europa dei diritti e dell’inclusione sociale pianterà le sue radici se il governo dell’economia, arando il terreno, saprà anche far sparire i profondi solchi degli egoismi “di parte”.
L’europarlamentare Ds Antonio Panzeri porta un esempio concreto. È utile, quando il discorso si fa complesso e molto concettuale. E racconta della proposta della Commissione Ue di abbassare il prezzo dello zucchero. Per la precisione, come si apprende dai documenti della Commissione, si tratterebbe del taglio del 39 per cento del prezzo istituzionale dello zucchero bianco e di circa il 43 per cento della barbabietola. “Rivoluzione” del settore. Come si apprende dall’Ansa, “per l’Italia, la commissaria non vede un futuro senza zucchero ma per salvarsi – spiegano gli esperti – se questa proposta verrà approvata, la produzione italiana dovrebbe ridursi, abbandonando il Mezzogiorno e concentrandosi nelle aziende più competitive del Nord”.
Questa rottura con un passato caratterizzato dalle sovvenzioni aiuterà anche i mercati di paesi produttori del terzo mondo. Giusto. Un’economia solidale non deve essere tradotta in slogan ma in fatti. Questa rottura con il passato potrebbe costare circa 50mila posti di lavoro in Italia, in particolar modo nel Sud. Ma l’Europa non è un autobus – dice Panzeri – con un salire e scendere a seconda delle convenienze. E’ che bisogna saper presentare (dare) ai cittadini un’Europa di nuove convenienze. Nulla da obiettare. Tutte le soluzioni da “inventare”.
Montani affronta il ritorno del nazionalismo – pericolosamente accompagnato dal populismo – per nulla “sorprendente” in un momento di crisi. Lunga è la strada per arrivare a un’Unione in cui la protezione dei diritti sociali non sia esigenza posta dai cittadini nei confronti delle politiche nazionali. Non è un facile parafrasare, il suo: creata l’Europa, bisogna creare gli europei. E’ che spesso dalla politica si aspetta efficientismo coniugato alla rapidità. Le comunità si formano nel tempo, il loro è il tempo e il ritmo non della produzione ma della cristallizzazione.
Panzeri lamenta quanto sia difficile stabilire persino un giorno comune “della memoria”, dal momento che tutti i popoli hanno la propria memoria. E fa piacere sentire Ilde Bottoli, coordinatrice del Comitato Provinciale per la Difesa e lo Sviluppo della Democrazia, che ricorda la distruzione di Sarajevo – l’Europa impotente (colpevole?) spettatrice – in un (riuscito?) tentativo di cancellare dalla memoria collettiva la possibile convivenza tra etnie, culture, religioni diverse, come a lungo è stata praticata in quella città-cerniera, città simbolo.
E fa bene Ilde Bottoli – perché come si fa a separare “memoria” e “identità”? – a mettere in evidenza l’interrogativo che l’identità (appunto…) degli attentatori di Londra ci pone. Giovani musulmani, cosiddetti “di seconda generazione”, ben integrati (e qui si intende, in realtà, la mancanza di fattori di degrado e di sofferenza socio-economica). Una “seconda generazione” che non ha memoria del contesto sociale che spinse i genitori all’emigrazione e alla quale, nonostante tutto, viene costantemente fatta sentire la propria “diversità”. Una generazione – delle generazioni – senza identità e senza memoria. Cosa germoglierà in questo vuoto?
Guido Montani ricorda che il federalismo (nato a Philadelphia, con la nascita degli Stati Uniti) è “l’unità nella diversità”. E’ bene tener presente questo concetto. E’ un bene riflettere anche sul linguaggio usato persino dai più convinti e sinceri sostenitori di un mondo senza confini. Perché – coscientemente o per riflesso condizionato – si continua a riferirsi, parlando di immigrati di seconda o di prima generazione, al “paese che li ospita”. Gli ospiti non lavorano e non pagano tasse, a casa mia.
Articolo pubblicato il 15 luglio 2005 su Welfare Cremona e il 23 luglio 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona



