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I morti dimenticati dell’Heysel

Il 29 maggio è una data impossibile da dimenticare per chi, come il sottoscritto, 22 anni fa si trovava allo stadio Heysel di Bruxelles per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Su quella serata da incubo ho scritto un articolo due anni fa, in occasione del ventennale della strage, e ho pubblicato un video girato proprio quel maledetto mercoledì nella capitale belga. In questo caso, però, preferisco lasciare innanzitutto spazio all’elenco tratto da Wikipedia con i nomi e, tra parentesi, l’età delle 39 vittime.

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L’orgoglio ferito di Kiro Fogliazza

Dopo l’ultima riunione della Commissione Toponomastica, il caso Protti è “congelato” fino almeno a dopo l’estate, ma per Enrico “Kiro” Fogliazza, memoria storica della Resistenza cremonese, il Comune non può che rispondere in un modo a chi chiede di intitolare una via della città al grande baritono, con un trascorso nella Repubblica di Salo e una presenza, ormai accertata, in Valle di Susa, dove le milizie nazi-fasciste trucidarono moltissimi partigiani. Questa risposta è un chiaro, semplice, inequivocabile “no”.

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La coppa maledetta

Negli occhi ho ancora le immagini dell’incredibile finale di Istanbul tra Milan e Liverpool. Ma nella mente i pensieri sono tutti per un’altra finale giocata vent’anni prima, quando la Champions League si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Quel maledetto mercoledì 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles c’ero anch’io, ma in questi vent’anni non ho mai scritto nulla in proposito, quasi a voler rimuovere il brutto ricordo di una bruttissima giornata, che era iniziata con la trepidazione che accompagna i grandi appuntamenti sportivi per finire direttamente nelle pagine di cronaca nera.

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La politica dei patriarchi. Storia di Corada e Coppetti

In un periodo come quello attuale, caratterizzato da una grande disaffezione nei confronti della politica, personaggi come Serafino Corada e Mario Coppetti ci ricordano quello che è stata la politica nel corso del ventesimo secolo. Nati entrambi alla vigilia dell’avvento al potere del fascismo nel nostro paese, come molti della loro generazione furono costretti a compiere una scelta di campo. Corada e Coppetti scelsero di schierarsi contro il regime di Mussolini, e fu una scelta che pagarono entrambi: Corada con la prigione prima e il campo di concentramento poi, Coppetti con l’esilio a Parigi negli anni precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale e con una vita sotto il controllo costante della polizia politica una volta rientrato in Italia.

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Amarcord padano

I “patriarchi”, ovvero l’esperienza al servizio delle generazioni future. Ernesto Cervi Ciboldi ed Enrico “Kiro” Fogliazza, ovvero due testimoni della campagna cremonese che non c’è più. Il primo figlio di un fittabile diventato in seguito proprietario delle terre coltivate. Il secondo figlio di un bergamino rimasto bergamino per tutta la vita, e costretto a dalle “disdette” a continui pellegrinaggi alla ricerca di un nuovo posto di lavoro nelle cascine della provincia, da Castelleone a Porcellasco, da Porcellasco a Gadesco, da Gadesco a Barbiselle…

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Euro di nome e di fatto

Come recita il latino, “in nomina sunt homina”, ovvero nei nomi è il destino degli uomini. Questo è certamente vero nel caso del cremonese Euro Paulinich, uno dei circa 800 italiani che, dopo la decisione presa dai paesi membri dell’Unione Europea, si sono ritrovati con lo stesso nome della nuova moneta unica del continente. Paulinich, infatti, è un convinto europeista che ha accolto con soddisfazione il varo del suo omonimo euro.

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I Fogliazza, tre generazioni di contestatori

Una famiglia cremonese, tre generazioni, e una caratteristica in comune: la tendenza ad esporsi in prima persona per difendere le proprie idee. E’ questa la peculiarità dei Fogliazza. Enrico, 78 anni, nella primavera del ’44 scelse di intraprendere la lotta armata contro il fascismo, combattendo in Val di Susa al fianco del comandante Amedeo Tonani, nome di battaglia “Deo”, ucciso dalle truppe nazi-fasciste poco prima della liberazione. Dopo la guerra, Enrico si schierò dalla parte dei contadini per difendere le loro rivendicazioni e a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 sedette per due legislature in parlamento, eletto nelle liste del Partito Comunista.

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La Cremonese sfida le grandi (1985-1990)

“… E non importa se son campioni, dovranno arrendersi tutti allo Zini…”. Suonava così l’inno della Cremonese, composto per celebrare il ritorno in serie A dei grigiorossi dopo 54 anni di assenza. Parole poco profetiche, purtroppo. Nel corso del campionato 1984-85, infatti, di campioni allo stadio “Zini” ne sbarcarono parecchi, da Platini a Maradona, da Boniek a Rummenigge, ma ben pochi se ne andarono sventolando la bandiera bianca.

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Dopo 54 anni di nuovo in serie A (1980-1984)

Quasi alla fine di questo lungo cammino alla riscoperta delle radici grigiorosse, ecco stagliarsi il decennio degli anni Ottanta. Un periodo storico ricco di avvenimenti cruciali a livello mondiale: la fine della Guerra Fredda, la caduta del muro di Berlino, il disastro della centrale nucleare di Cernobyl… Un’epoca che l’Italia ricorderà anche per il dilagare della corruzione e del malaffare.

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L’esordio del Bell’Antonio (1971-1979)

Gli anni Settanta furono il trampolino di lancio verso le glorie del decennio successivo. Palestra per forgiare una squadra in grado di brillare sui palcoscenici della serie cadetta e della A. La Cremonese si presentò ai nastri di partenza della stagione 1971-72 con questa formazione: Grassi, Maianti, Cesini, Platto, Guarneri, Sironi, Cantoni, Morosini, Carminati, Delle Donne, Guarnieri. Allenatore “Titta” Rota. Nel corso del “mercatino” autunnale venne acquistato il bomber Silva e i grigiorossi conclusero il campionato con un promettente quinto posto. Ma le notizie più belle giungevano dal settore giovanile, già allora fiore all’occhiello della società di via Persico. Battendo per 1-0 il Treviso nella finalissima di Chianciano, la squadra allievi guidata da Ennio Rota conquistò infatti lo scudetto tricolore di categoria. Davvero una bella soddisfazione per una Cenerentola del calcio italiano.

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Nel 1966 arriva Luzzara (1960-1970)

Ed eccoci agli anni Sessanta. Anni caratterizzati dalla fiducia nel progresso, visto come qualcosa di irreversibile. Una sorta di lungo balzo senza ritorno verso una nuova era: l’era tecnologica. Sull’onda di questa fiducia nello sviluppo, nell’intero mondo occidentale si affermarono e si diffusero nuovi valori. In particolare il consumismo, con un forte accento sul privato ed un crescente distacco dalla cultura tradizionale.

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Quell’amichevole con la nazionale (1951-1959)

Il primo approccio della Cremonese con la seconda metà del secolo non fu molto felice. Dopo una stagione in serie B conclusasi con un tredicesimo posto, nel campionato 1950′51 la società di via Persico conobbe di nuovo l’onta della retrocessione. Sotto la guida tecnica di Renato Bodini, detto “Gialotta”, la formazione grigiorossa finì il torneo in penultima posizione, risucchiata nel baratro della serie C. Una luce nel buio pesto di quella stagione storta: il 13 febbraio 1951 la Cremonese incontrò sul campo del Modena la nazionale italiana, nelle cui fila giocava anche Giampiero Boniperti. Scontato il sei a zero finale per gli azzurri, ma i “nostri” fecero incetta di elogi.

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Giocando sotto le bombe (1939-1950)

All’inizio degli anni Quaranta non si era ancora spenta l’eco della seconda vittoria mondiale degli azzurri di Pozzo, e sull’Europa incombeva, sempre più minacciosa, l’ombra ingombrante del nazismo. All’alba del primo settembre 1939, cinque Panzerdivisionen tedesche avevano fatto irruzione in territorio polacco, dando il via alla seconda guerra mondiale. Dopo nove mesi, nel giugno del 1940, Mussolini decise di intervenire nel conflitto, schierando le malconce truppe della penisola al fianco della Germania hitleriana. “In settembre tutto sarà finito - aveva spiegato il Duce ai suoi generali - ed io ho bisogno di qualche migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace quale belligerante”. Purtroppo Mussolini aveva sbagliato i calcoli. La guerra sarebbe durata di più. Molto di più.

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Un lento, costante declino (1927-1938)

Il sorprendente secondo posto nel girone B di prima divisione della stagione 1925-26 rappresentò il punto più alto raggiunto dalla Cremonese nella prima fase della sua storia. Da allora cominciò un lento ma costante declino. Il cammino della società di via Persico si tinse sempre più di grigio, come quelle vecchie fotografie in bianco e nero maltrattate dal tempo, che rappresentano l’unica testimonianza visiva di quegli anni lontani. La partenza dell’ungherese Jezmas, vera punta di diamante dell’attacco, e dei migliori talenti locali, accalappiati dalle ricche squadre delle grandi città, obbligò i grigiorossi a ridimensionare notevolmente le proprie ambizioni. Per qualche tempo la Cremonese riuscì a barcamenarsi nelle acque sempre più agitate del campionato, ma al termine della stagione 1929-30 la retrocessione fu inevitabile. E dolorosa.

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Un ungherese in panchina (1924-1926)

Mentre il fascismo andava consolidando la propria egemonia sulla penisola, i giovanotti in grigiorosso non avevano vita facile in campionato, dovendo lottare contro squadroni di grande caratura come Bologna, Genoa, Milan e Modena. Il sesto posto finale della stagione 1923-24 venne impreziosito da alcuni risultati di prestigio. Allo Zini la Cremonese si impose due a uno sulla Pro Vercelli e strappò un pareggio al Bologna, mentre in trasferta con il Milan prevalse per uno a zero.

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