I media e la “strategia” di Giuliani: perdere sempre
Le ambizioni presidenziali del Titanic Giuliani si sono schiantate la scorsa notte contro l’iceberg della Florida. Nulla da fare per il “sindaco-eroe dell’11 settembre”, che fino all’ultimo - nonostante i poco incoraggianti sondaggi della vigilia - ha ostentato ottimismo, salvo ritrovarsi ancora una volta alle spalle di John McCain e Mitt Romney, distanziato di una ventina di punti percentuali - una voragine - dal vincitore.
“A un anno dal 20 gennaio 2009, giorno del giuramento del nuovo presidente Usa, in Italia c’è chi ha già prenotato il biglietto per Washington in caso di vittoria di Hillary Clinton”. Il più intimo tra i sostenitori italiani dell’ex first lady, rivela
Il canto del cigno del governo Prodi suona anche come un requiem alla grande riforma mancata. Che non è quella elettorale, sulla quale in questi mesi si sono concentrate per l’ennesima volta le energie e le chiacchiere della classe politica, bensì quella della tv, già oggetto del mea culpa collettivo del centrosinistra durante l’ultimo quinquennio berlusconiano.
La vicenda della contestata visita di Ratzinger alla Sapienza, conclusa – nella sostanza se non nelle chiacchiere – con il dietrofront del papa di martedì sera, conferma la vocazione italiana all’iperbole, al provincialismo e al melodramma. Nella tentazione, purtroppo, stanno cadendo in molti, a partire dai direttori dei due principali quotidiani italiani, Paolo Mieli (Corriere della Sera) ed Ezio Mauro (La Repubblica).
“Il messaggio dell’Iowa è semplice ma assordante: se sei candidato alla presidenza e hai votato a favore della guerra, perdi. E se hai votato, votato e votato di nuovo per la guerra – senza mostrare mai alcun rimorso – perdi davvero”. Inizia così il messaggio con cui Michael Moore

