La gogna mediatica e quella politica

C’è del marcio nella triste vicenda di Silvio Sircana, il portavoce del governo Prodi indirettamente coinvolto, suo malgrado, nel cosiddetto scandalo di Vallettopoli. E non è solo il marcio di Berlusconi, che lamenta l’imbarbarimento dell’informazione come se a sbattere il “mostro” Sircana in prima pagina fossero state l’Unità o la Repubblica, e non il Giornale, il quotidiano di famiglia diretto dal fedelissimo (a Berlusconi) Maurizio Belpietro.

Il resto del marcio, molto più preoccupante e diffuso, è quello incarnato da una classe politica assai lesta a chiudersi a riccio e a invocare in coro interventi repressivi ogni volta che a essere colpito è uno dei suoi rappresentanti. Criticano la gogna mediatica i nostri politici – e, sia detto, non senza qualche ragione – ma qual è il modello alternativo di informazione che hanno in mente? Quello alla Bruno Vespa, che Marco Travaglio nel suo ultimo, illuminante libro – La scomparsa dei fatti – definisce il prototipo del “giornalista-sarto”, abile a tagliare e cucire il suo Porta a Porta per farlo calzare a pennello alle pretese del politico di turno.

Come ricorda lo stesso Travaglio, è proprio grazie alle vituperate intercettazioni telefoniche disposte dalla procura di Potenza che oggi abbiamo la prova dei metodi utilizzati da Vespa per confezionare le sue trasmissioni a misura di politico, con buona pace degli irriducibili telespettatori che si ostinano a considerarlo un “grande professionista” dell’informazione televisiva.

In una di queste telefonate, intercettata il 4 maggio 2005, Vespa concorda la scelta degli ospiti di una puntata alla quale doveva partecipare Gianfranco Fini con Salvo Sottile, all’epoca portavoce del leader di An e in seguito rimosso dall’incarico proprio per il suo coinvolgimento in Vallettopoli (in febbraio l’accusa di concussione sessuale mossa nei suoi confronti è stata archiviata dal tribunale di Roma).

VESPA: Pronto?
SOTTILE: Bruno? Salvatore.
VESPA: Ehi!
SOTTILE: Senti, com’è strutturata la trasmissione?
VESPA: E niente, dipende da voi.
SOTTILE: No, aspetta […].
VESPA: Gliela strutturiamo, gliela confezioniamo addosso.
SOTTILE: Che fai, fai una… una ricostruzione sui documenti che ci sono?
[…]
VESPA: No no, allora lo, ti facciamo, il Berlusconi in Parlamento.
SOTTILE: Berlusconi in Parlamento.
VESPA: Perfetto.
SOTTILE: Uhm.
VESPA: Poi i due rapporti insieme […]
SOTTILE: I due rapporti insieme.
VESPA: Poi un pezzo sull’inchiesta di, di Ionta eehh.
SOTTILE: Un pezzo sull’inchiesta di Ionta.
VESPA: Esattamente, e basta insomma. E poi facciamo un pezzettino… niente, domani viene a fare una conferenza stampa l’avvocato di Saddam Hussein.
SOTTILE: Uhm.
VESPA: E se a lui facesse piacere lo potremmo invitare, ma sennò facciamo un pezzettino…
SOTTILE: Uhm, uhm.
VESPA: … quello che dice nella conferenza stampa.
SOTTILE: Ma, vabbé, fai un pezzettino della confere…
VESPA: Come contraddittore?
SOTTILE: Eh, eee… non so, tu chi c’hai, Fassino, chi c’hai?
VESPA: Non lo so, no, uno che, che proponevamo noi se lui non ha niente in contrario sarebbe Rutelli.
SOTTILE: Uhm.
VESPA: Non gli va? […]
SOTTILE: Non lo so, no… n… non lo so, aspetta un attimo […]. E di altre persone chi c’è? Chi c’è in più?
VESPA: Di altre persone ci sarebbero Mario Arpino.
SOTTILE: Mario Arpino.
VESPA: Mario Arpino, eeee, Margelletti eventualmente…
SOTTILE: Margelletti, ho capito.
VESPA: E poi in collegamento Luttwak e Rula (la giornalista della 7 Rula Jebreal).
SOTTILE: Minchia!
VESPA: Ma se li volete, eh!
SOTTILE: […] E Ru… gente che ci va in punta di vanga […].
VESPA: Sì, sì, sì.
SOTTILE: Sì sì, ecco (ride).
VESPA: Sento però dei cenni di assenso, da parte del tuo principale.
SOTTILE: No, non senti nessun segno di assenso […].
VESPA: (ride)
SOTTILE: Siccome sa che tu sei un pessimo giornalista.
VESPA: E che, infatti. Allora chi… allora, che facciamo, proviamo con Rutelli?
SOTTILE: Gianfranco, che dici, Rutelli?
VESPA: Proviamo.
SOTTILE: Oooo, proviamo a Fassino?
VESPA: E’ che Fassino è venuto molto spesso, capisci? E’ venuto sempre lui.
SOTTILE: […] Uno vale l’altro mi ha detto.
VESPA: L’uno vale l’altro. Vabbene. Alle 18 va bene?
SOTTILE: Alle 18 ti va bene? Prima, prima, prima.
VESPA: Dimmi, a che ora?
SOTTILE: Prima, eee… […] 16,30.
VESPA: 16,30.
SOTTILE: Sì.
VESPA: Benissimo, domani.
SOTTILE: Domani alle 16,30.
VESPA: Aggiudicato.
SOTTILE: Vabbuò, ciao.
VESPA: Ciao, ciao.

Così parlava due anni fa Bruno Il Sarto, in quello che non spicca certo come un fulgido esempio di indipendenza giornalistica. E il guaio è che, intercettazioni a parte, anche in video, di fronte a milioni di testimoni oculari, Vespa ha dato più volte prova della sua scarsa considerazione per la deontologia professionale.

L’ultima performance degna di nota del più facoltoso sarto del piccolo schermo risale alla puntata di lunedì scorso quando, con la scusa di parlare dell’inchiesta sui ricatti fotografici, ha regalato un bello spot gratuito sugli schermi Rai a Chi, il settimanale che ha pubblicato le foto “rubate” a Barbara Berlusconi. Settimanale che, guarda caso, fa capo proprio al papà di Barbara. Eppure, nonostante tutto – o forse proprio per questo motivo – quasi tutti i politici dell’arco costituzionale – da Bertinotti alla Mussolini, passando per Capezzone, Marini, Mastella e Fini – continuano a fare la fila per partecipare a Porta a Porta e alle presentazioni dei libri sfornati a ciclo continuo dalla Bruno Vespa Spa.

Chi poi invoca una sanzione severa per il direttore del Giornale dopo il trattamento riservato al malcapitato Sircana è bene, però, che non si faccia troppe illusioni. In materia vale il precedente di Renato Farina, il cattolicissimo vicedirettore di Libero che, tra un’esternazione sulla Madonna di Lourdes e un padrenostro, si era improvvisato spione per conto del Sismi. Un secondo lavoro portato avanti con il nome in codice “Betulla” all’insaputa dei suoi colleghi e lettori, e ricompensato, tra l’altro, con decine di migliaia di euro (semplici rimborsi spese, secondo la sua poco convincente tesi difensiva).

In un paese normale l’agente Betulla oggi rimpolperebbe le fila dei tanti lavoratori disoccupati e precari italiani. Da noi, invece, Farina se l’è cavata con la sospensione di un anno dall’Ordine dei Giornalisti, che non gli ha impedito di continuare a scrivere indisturbato. Con il suo curriculum, anzi, non è escluso che alle prossime elezioni gli venga offerto un seggio in Parlamento, così da rimpinguare la nutrita schiera di onorevoli con la coscienza (e/o la fedina penale) sporca. Dulcis in fundo, qualcuno ha avuto la geniale idea di candidarlo all’assegnazione di un Ambrogino d’Oro, il premio che ogni anno il Comune di Milano riconosce a cittadini particolarmente meritevoli. Belpietro, insomma, mal che gli vada se la dovrebbe cavare con un buffetto sulla guancia. Ma per lui, visto l’andazzo, potrebbe anche spuntare una segnalazione per il Pulitzer.

In un paese normale le chiacchiere telefoniche sulle fotografie di Sircana non finirebbero a occupare paginate di giornale. Nemmeno se quest’uomo è il portavoce del capo del governo. Per Belpietro, ospite qualche sera fa del Matrix di Mentana, corrispettivo vespista di casa Mediaset, quelle foto rendevano invece un personaggio pubblico come Sircana ricattabile, e dunque la sua (solo sua?) decisione di rendere pubblica la vicenda è stata corretta.

Sorvolando sul fatto che il direttore del Giornale, dipendente di Berlusconi, nella circostanza era intervistato da un altro dipendente di Berlusconi sotto gli occhi di Vittorio Feltri, ovvero di un ex dipendente di Berlusconi, in un’eclatante manifestazione dell’annoso conflitto di interessi che sembra non interessare più di tanto ai nostri politici, è curioso che Belpietro si preoccupi della presunta ricattabilità del portavoce del governo quando in questo stesso paese siedono in Parlamento – o ricoprono alte cariche politico-istituzionali – personaggi di dubbia statura morale, le cui relazioni pericolose con esponenti della malavita organizzata non sono solo presunte o sussurrate, ma certificate da indagini della magistratura.

Allo smemorato del Giornale andrebbe ricordato, per esempio, che intorno alla metà degli anni Settanta nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi – all’epoca ancora un imprenditore rampante in rapida ascesa – soggiornò per due anni, assunto su raccomandazione di Marcello Dell’Utri con la qualifica ufficiale di stalliere, il mafioso Vittorio Mangano, già arrestato e condannato più volte. Un tizio che il giudice Paolo Borsellino nella sua ultima intervista rilasciata ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi il 19 maggio 1992 – due mesi prima dell’attentato che gli costò la vita – aveva definito uno di quei personaggi che “erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia”.

Al responsabile dell’house organ berlusconiano gioverebbe poi un ripasso della sentenza emessa nel 2003 dalla Corte di Appello di Palermo, e confermata un anno dopo dalla Cassazione, che ha stabilito che il senatore a vita Giulio Andreotti – già sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e ministro dell’Interno – ha commesso “il reato di partecipazione all’associazione per delinquere” con Cosa Nostra, “concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980”, ma “estinto per prescrizione”. La stessa prescrizione che in questi anni si è rivelata provvidenziale in più di un processo per salvare da una condanna Berlusconi e i suoi sodali.

L’elenco potrebbe continuare, magari includendo anche altri tipi di condotte poco edificanti, ma il succo è che da noi più degli incontri di Andreotti con boss mafiosi del calibro di Stefano Bontade, Tano Badalamenti, Andrea Manciaracina e Nino e Ignazio Salvo, fanno notizia le presunte trasgressioni sessuali – comunque un fatto privato, senza nessuna rilevanza pubblica – del povero Silvio (Sircana). Viceversa i pochi che cercano di fare informazione vera, portando all’attenzione dell’opinione pubblica fatti e comportamenti assai dannosi per la collettività, vengono semplicemente ignorati o, in alternativa, immediatamente accusati di demonizzazione e/o giustizialismo.

Il punto lo ha riassunto efficacemente Michele Santoro in apertura della puntata di Anno Zero di giovedì scorso.

Noi siamo un paese strano. Un paese nel quale la stampa fa molta fatica a svolgere quel ruolo di “cane da guardia” nei confronti del sistema politico che la stampa dovrebbe svolgere. Per cui, per esempio, in Italia è molto frequente che i divorziati ci ammanniscano delle prediche pazzesche sull’indissolubilità del matrimonio. Oppure siamo un paese nel quale i parlamentari vanno in pensione a cinquant’anni però, chiaramente, si stanno tutti quanti impegnando per aumentare l’età pensionabile. Siamo anche un paese nel quale qualcuno si droga e contemporaneamente chiede di punire duramente i tossicodipendenti. Ecco… Non è che queste cose non avvengano in altri paesi. Avvengono, però la stampa è molto vigile su questo terreno e chiede coerenza di comportamenti.

Coerenza vorrebbe, per esempio, che i nostri politici – tutti, a prescindere dal partito di cui fanno parte – oltre a scagliarsi contro la gogna mediatica in cui incappa di tanto in tanto qualche loro collega, esprimessero altrettanto sdegno per la gogna imposta quotidianamente, senza soluzione di continuità, alla stragrande maggioranza degli italiani. Ovvero la gogna rappresentata dalle ricadute di una politica – la loro politica – che invece di governare pensa innanzitutto a spartire potere e privilegi, salvaguardando i propri interessi a tutti i livelli, dal consiglio comunale fino a Palazzo Chigi.

E’ la gogna di una classe dirigente che parla di Seconda Repubblica per occultare il fatto che quella attuale è, in realtà, soltanto una brutta riedizione della Prima, con gli stessi gattopardi di allora a occupare quasi interamente il palcoscenico. E’ la gogna di un dibattito pubblico incartato da anni sui soliti tormentoni infiniti – ultimi revival in ordine di tempo la riforma elettorale e la nuova, sciagurata proposta di una bicamerale – mentre un paese che ha urgente bisogno di scelte coraggiose, innovative e controcorrente, è trascinato sempre più in basso dalle zavorre del clientelismo e della demeritocrazia.

E’ la gogna descritta su Raitre con l’occhio del cronista scrupoloso da Riccardo Iacona nelle tre puntate del suo W l’Italia andate in onda proprio nelle ultime settimane. Un viaggio, quello di Iacona, nella crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali, che restituisce la fotografia di una democrazia in coma profondo.

Tra tanti casi di ordinario clientelismo, spicca per esempio la vicenda del “concorsone” di cui in Calabria hanno usufruito tutti i partiti per fare assumere a tempo indeterminato dalla Regione amici, parenti e funzionari. Ottantacinque persone a servizio esclusivo dei partiti – ufficialmente la chiamano “struttura ausiliaria permanente” – ma stipendiati a vita con denaro pubblico, senza avere neanche l’obbligo di presenza nelle sedi dell’amministrazione regionale. L’altra faccia della medaglia di questo clientelismo impudente è invece quella incarnata nel reportage di Iacona da Tommaso e Francesco, due giovani agronomi calabresi dipendenti dell’Agecontrol Spa che si sono visti soffiare il posto da due raccomandati della politica, assunti a tempo indeterminato senza essere neppure laureati.

In un paese normale la realtà raccontata da Iacona avrebbe scatenato un putiferio o, quantomeno, un vivace dibattito nell’opinione pubblica, negli organi di informazione e nei palazzi della politica. Ma naturalmente, a parte qualche marginale eccezione, non è successo nulla. Da noi – di norma – si preferisce riscrivere la storia recente del paese con la complicità e le chiacchiere di organi di stampa addomesticati. Notevole, a questo scopo, il contributo di giornali come il Riformista, la cui collocazione tra le testate dell’area di centrosinistra spesso sfugge a ogni spiegazione razionale.

Per rendersene conto basta leggere un passaggio dell’editoriale pubblicato il 22 febbraio per segnalare al ministro della Giustizia Mastella quello che viene definito “il problema Potenza”, ovvero la presunta (non per il Riformista) ricerca di visibilità mediatica da parte del pm John Woodcock, titolare dell’inchiesta su Vallettopoli. Il parallelo fin dal titolo – “Il protagonismo dei pm” – è con le presunte (non per il Riformista) manette facili dell’inchiesta Mani Pulite.

[…] proprio in questi giorni ricorre il quindicesimo anniversario di Tangentopoli e la questione giustizia continua a dividere la politica. Senza entrare nel merito di riforme e controriforme da fare o abrogare, vorremmo che almeno la lezione di quegli anni servisse a unire le forze politiche su una serie di punti: la dignità degli imputati, le manette facili, l’accuratezza delle indagini e la fuga guidata di notizie (dai verbali alle intercettazioni).

E’ davvero questa la lezione degli anni di Tangentopoli? Secondo il revisionismo mediatico in voga da molto tempo a questa parte, sicuramente sì. Stando all’esito effettivo dei processi avviati in quegli anni, però, la realtà che emerge è diametralmente opposta. In soccorso, anche in questo caso, giunge il prezioso Travaglio, che nel suo libro – a differenza del Riformista – dà i numeri. Si scopre così che, prendendo in considerazione solo Milano, le condanne e i patteggiamenti per reati contro la pubblica amministrazione legati a Tangentopoli sono stati ben 1.200. Uno sproposito anche dal punto di vista qualitativo, visto che tra i condannati figuravano ex sindaci, assessori, segretari di partito, ministri e presidenti del Consiglio.

Il numero citato da Travaglio non comprende, poi, le solite, provvidenziali prescrizioni, che hanno risparmiato l’onta di una condanna a molti altri imputati, di cui è stata comunque accertata la responsabilità penale. Alla fine la percentuale degli imputati assolti perché effettivamente estranei ai fatti loro contestati a Milano è stata pari al cinque per cento soltanto. Un dato molto inferiore rispetto alla media nazionale degli assolti per qualunque reato, che supera il 30 per cento.

Insomma, se mai c’è stata in Italia un’inchiesta accurata è stata quella portata avanti in soli due anni dalla manciata di pubblici ministeri del pool di Milano. E il tanto aborrito ricorso alle manette più che facile, come sostiene il Riformista, è stato opportuno, vista l’altissima percentuale di condanne e patteggiamenti con cui si sono chiusi i relativi processi.

Il bello (o il brutto) è che molti di quelli che all’epoca facevano un tifo sfegatato per la procura di Milano, vedi per esempio i già citati Feltri e Belpietro, sono gli stessi che da anni tuonano quotidianamente contro le cosiddette “Toghe Rosse”, citando proprio l’inchiesta Mani Pulite come sommo esempio dell’uso politico della giustizia. Si stenta a crederlo, ma perfino Bruno Vespa, in pieno scandalo Tangentopoli, si era lasciato andare a giudizi severissimi sul sistema di corruzione smascherato da Borrelli, Di Pietro & C. Lo stupore non tiene però conto del fatto che per questi figuri la verità è come la plastilina. Qualcosa che si può plasmare a piacere per adattarla alle esigenze del momento e compiacere i propri “azionisti di riferimento”.

E’ triste prenderne atto, ma con il giornalismo italiano ostaggio di simili talebani della disinformazione, le intercettazioni telefoniche in questi anni si sono rivelate uno dei pochi strumenti efficaci per gettare qualche sprazzo di luce sul marcio del paese. Da qui questa ulteriore riflessione di Santoro nella già citata puntata di Anno Zero del 15 marzo.

Preoccupiamoci molto di chi viene dato in pasto all’opinione pubblica, diciamo così, solamente per ragioni strumentali, per le inchieste della magistratura. Però io mi porrei una domanda riguardo alle intercettazioni. In un paese come questo, dove la stampa fa questa fatica che fa in Italia a svolgere questa sua funzione di controllo, se noi mettessimo la mordacchia alle intercettazioni, il nostro paese sarebbe per questo più libero, più democratico? La nostra stampa sarebbe più efficace?

Si tratta di domande fondamentali, che però, proprio come il conflitto di interessi, alla maggioranza dei nostri politici semplicemente non interessano. Il loro obiettivo, infatti, non è quello di rendere il paese più libero e democratico. Tantomeno di rafforzare il ruolo della stampa di “cane da guardia” del potere. Loro preferiscono i “cani da compagnia” alla Vespa, alla Farina o alla Belpietro.

Vignetta di Mauro Biani

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4 Commenti »

  1. evacarriego scrive,

    25 Marzo 2007 @ 14:18

    non è che non sappia: è che tutte le volte mi treman o nei polsi le quattro vene
    comprerò l’ultimo travaglio di Travaglio

  2. sircana, belpietro, tangentopoli, woodcock: una frullata e via « vento largo scrive,

    26 Marzo 2007 @ 09:05

    [...] ramella ; gad lerner ; cips ; luca sofri ; europa [...]

  3. Diletta scrive,

    2 Febbraio 2008 @ 12:48

    DIFFERENZA FRA PRODI E BERLUSCONI - BERLUSCONI FA’ VEDERE ONESTAMENTE TUTTO CIO’ CHE POSSIEDE, PER CUI TUTTI GLI ITALIANI SANNO - MENTRE PRODI FA’ VEDERE CHE E’ UN POVERETTO, CHE STA CON I POVERI - PRODI PRIMA DI INSERIRE LA TASSA DI SUCCESSIONE SI E’ FATTO BENE I SUOI AFFARI IN FAMIGLIA CON LA LEGGE DI BERLUSCONO E POI L’HA CAMBIATA - ANDATE A CHIEDERE ALLE PERSONE CHE LO CONOSCONO BENE A MODENA QUANTE PROPRIETA’ POSSIEDE - FABBRICHE ETC - NON INTESTATE A LUI - TOP SECRET - ANDATE A VEDERE A MARETTIMO - ISOLE EGADI - CHE VILLA MEGAGALATTICA CHE POSSIEDE IN PIENO CENTRO DEL PORTICCIOLO - NON L’HA MAI SAPUTO NESSUNO - FORSE MI SBAGLIO - FORSE SONO TUTTE CALUNNIE E LUI POSSIEDE SOLO UNA BICICLETTA CON LA QUALE SI FA SPESSO FOTOGRAFARE - CONTROLLATE E POI RISPONDERETE - E’ MEGLIO AVERE A CHE FARE CON UN MASCALZONE LIMPIDO E SINCERO - CHE CON UN MASCALZONE BUGIARDO E CHE PRENDE IN GIRO

  4. Simone Ramella scrive,

    3 Febbraio 2008 @ 20:01

    Cara Diletta, non ho molta voglia di aprire l’ennesima, sterile polemica per stabilire la differenza tra Prodi e Berlusconi, fermo restando che preferisco di gran lunga il primo - che pure ho criticato in più di un’occasione - rispetto al secondo. Mi incuriosisce, però, il bizzarro concetto di “mascalzone limpido e sincero” che hai introdotto a proposito di Berlusconi. A me sembra un accostamento di termini improponibile, tanto più se applicato a Berlusconi, tra le cui eventuali virtù non rientra senz’altro la sincerità. Quello che trovo davvero triste, però, è la riduzione delle possibilità di scelta tra due mascalzoni. Uno onesto non è proprio possibile averlo?

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