Don Albanesi e il non profit degli utili idioti
Il vasto mondo dell’associazionismo, la cui crescita è spesso esaltata con toni trionfalistici, oggi in Italia in realtà conta molto poco. Questa la tesi che ha fatto da filo conduttore all’intervento di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, al XIII seminario di formazione per giornalisti Redattore Sociale.
Per Albanesi i mondi del non profit, che fino agli anni Novanta erano gli interlocutori della politica, oggi non lo sono più perché ogni ufficio statale, centrale o periferico, ha la pletora (pagata) dei propri consulenti. Cifre enormi per gli addetti che studiano, propongono, suggeriscono, consigliano, parlano di dipendenze senza aver mai incontrato un tossicodipendente, di malati psichiatrici senza averne mai conosciuto uno. Il sociale, insomma, è divenuto un ambito di risorse i cui maggiori vantaggi sono intercettati dai mediatori e non dai destinatari.
A questo scenario, sottolinea il presidente della Comunità di Capodarco, si aggiunge come nuovo elemento il discredito del mondo non profit. Una vasta corrente di pensiero ormai lotta contro i mondi del non profit in quanto sarebbero inattendibili, imbroglioni, cialtroni. Campagne orchestrate ad arte coinvolgendo il buono e il marcio, e alimentate sia da destra sia da sinistra. Da destra a vantaggio del privato profit, da sinistra per una sistemazione pubblica, rassicurante e stabile degli addetti. Esplicita, a questo proposito, la replica di don Vinicio a un’inchiesta di Report sui cosiddetti “lavoratori esternalizzati”, andata in onda su Raitre il 12 novembre scorso, in cui era citata anche la Cooperativa Capodarco, che gestisce alcuni servizi all’interno dell’ospedale Sant’Andrea di Roma.
I deboli, ha chiosato Albanesi, sono ritornati a essere oggetti ininfluenti nella grande politica e, per quel poco che esistono, occasione di sopravvivenza per i loro addetti. E i mondi del non profit hanno la grande responsabilità di essersi lasciati coinvolgere nella gestione senza criteri di trasparenza, stabilità, programmazione. La trappola della gestione ha tarpato le ali a ogni invenzione, riflessione critica, proposta innovativa. Gli enti non profit sono diventati strutture a funzionamento privato, alla mercè del pubblico. Appalti precari, a prezzi ridotti, affidati comunque con l’occhio di benevolenza doveroso per gli amici degli amici. Il secondo demerito è di non essersi distinti da chi, approfittando del sociale, agiva senza etica, senza nemmeno rispettare le regole fondamentali della convivenza.
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