Se sessant’anni vi sembrano tanti
Lunedì 25 aprile si celebra il 60esimo anniversario della Liberazione del nostro paese dall’incubo nazifascista. Sessant’anni possono essere un periodo di tempo molto lungo o molto breve, a seconda dei punti di vista. Sono molti, non v’è dubbio, se considerati nella prospettiva della vita di una singola persona. Pochi, anzi pochissimi, nell’evoluzione della storia, che predilige l’unità di misura dei secoli o dei millenni.
A me sono sembrati pochissimi un paio di mesi fa quando, passeggiando sotto la Galleria XXV Aprile, mi sono imbattuto in un paio di arzilli vecchietti intenti a rimpiangere a gran voce il periodo in cui Cremona era sotto occupazione tedesca. Avete letto bene: stavano rimpiangendo il periodo più buio della nostra storia recente, che ha causato lutti e sofferenze a tutti gli italiani. A soprendermi è stato il contenuto della loro conversazione, certo, ma soprattutto le modalità con cui è avvenuta.
Certi rimpianti non bisognerebbe averli mai, ma se proprio si hanno si dovrebbe almeno avere la decenza di tenerli per sé. Loro invece stavano lì, in mezzo alla galleria, a blaterare le loro bestialità ad alta voce, quasi a voler sbandierare ai passanti tutta la loro idiozia. Il paradosso è che non si rendevano conto che la libertà di cui approfittavano a piene mani in quel preciso istante era il frutto dei sacrifici di tutti coloro che sessant’anni fa pensavano che l’occupazione tedesca non fosse una buona cosa e si impegnarono personalmente, a proprio rischio e pericolo, per cambiare il corso della storia.
Questo episodio mi ha convinto ancora di più, semmai ve ne fosse il bisogno, che non dobbiamo dare per scontata la libertà conquistata a così caro prezzo più di mezzo secolo fa. Ben vengano, quindi, le celebrazioni della Liberazione, cui rendiamo omaggio, su questo numero del Piccolo, con una sezione speciale di sette pagine. Insieme al giornale di oggi, poi, è anche possibile acquistare il libro di Libero Accini “L’uomo che ha visto il peggio”, una toccante testimonianza dalle carceri della Gestapo di Verona e Bolzano ai campi di sterminio di Dachau e Auschwitz.
Dal punto di vista commerciale forse sarebbe stato meglio cavalcare l’onda papale, ma ripensando a quei due vecchietti nostalgici penso che in fondo abbiamo fatto la scelta migliore.
Editoriale pubblicato il 23 aprile 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona
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