Una classe dirigente che se ne frega del paese
All’indomani del varo della riforma costituzionale da parte del Senato, a spaventare non sono solo le probabili conseguenze del testo licenziato, che abbiamo riassunto nelle pagine dedicate all’attualità, ma soprattutto la consapevolezza che con questo provvedimento la maggioranza ha dimostrato, una volta di più, il suo distacco dai bisogni e dalle aspettative reali del paese.
La riforma della nostra Carta fondamentale fortissimamente voluta dal centrodestra, e imposta con dimissioni fasulle da un ministro che si trova molto a suo agio sotto i riflettori dei media, non è infatti il frutto di una riflessione e di un dibattito approfondito su quali siano i provvedimenti più adatti per rilanciare un’Italia in cui negli ultimi anni sono cresciute povertà, emarginazione sociale e sfiducia nel futuro. Al contrario, rappresenta soltanto l’ennesima esibizione sbracata di una classe dirigente autoreferenziale, pronta a mercanteggiare su tutto, anche sui principi fondamentali che stanno alla base della nostra democrazia, pur di salvaguardare poltrone ed equilibri interni alla coalizione.
Negli stessi mesi in cui l’Italia vede i suoi soldati rischiare la vita all’estero, in una guerra decisa per i soliti motivi autoreferenziali, e negli stessi giorni in cui studi e ricerche descrivono un paese alla corda, in cui aumenta il costo della vita, cresce la precarietà del lavoro, diminuiscono le tutele sociali e le giovani coppie incontrano sempre più difficoltà a comprare casa o a fare figli, tanto per citare alcuni dei problemi più pressanti, Berlusconi & C. non hanno esitato a “sequestrare” il Parlamento per approvare a tappe contingentate un provvedimento che, al di là della propaganda di regime, appassiona davvero soltanto tre italiani: Bossi, Calderoli e lo stesso Berlusconi.
A chi può fregare davvero qualcosa, infatti, che l’età per essere eletti alla Camera venga abbassata a 21 anni? Chi può appassionarsi sinceramente, Bossi e Calderoli esclusi, all’idea che a partire dal 2011 l’Italia avrà un Senato federale? Con tutta la buona volontà, è impossibile trovare nella riforma varata dal Senato un singolo elemento che faccia intravedere la possibilità di qualche beneficio concreto per il paese. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di un papocchio di norme raffazzonate e confuse destinate a complicare un po’ la vita agli studenti di diritto pubblico, costretti ad aggiornare in corsa le nozioni appena apprese. In quella peggiore, è un ingegnoso stratagemma per garantire la conservazione del potere all’attuale maggioranza, attraverso un indebolimento delle figure di garanzia, presidente della Repubblica e Parlamento in testa, e un rafforzamento del ruolo del premier.
Di fronte a questo quadro a tinte fosche, da qualunque parte lo si guardi, l’unica speranza che resta, referendum confermativo a parte, è legata all’eventualità di un sussulto di orgoglio di quella parte di italiani che, pur riconoscendosi culturalmente nel centrodestra, non sono disposti ad accettare l’umiliazione sistematica delle istituzioni praticata dai suoi dirigenti. Se esistono ancora italiani così, c’è da augurarsi che si sveglino alla svelta, prima che l’Italia tocchi davvero il fondo.
Editoriale pubblicato il 26 marzo 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona
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