Ammazzarsi di lavoro
Come dimostra la tragica fine di Luca Alberti, il 24enne di Antegnate (Bergamo) morto lunedì scorso dopo essere caduto da un capannone in costruzione a Calvatone, per chi lavora nei cantieri edili italiani “ammazzarsi di lavoro” non è soltanto un modo di dire. E’ sufficiente dare un’occhiata alle tante statistiche relative agli infortuni sul lavoro, infatti, per rendersi conto che lavorare nel settore delle costruzioni è ancora molto rischioso. Troppo.
Il tema della sicurezza occupa un ruolo centrale nelle politiche di intervento di tutte le associazioni di categoria, dai sindacati alle varie organizzazioni che raggruppano le ditte di costruzione, eppure le strategie adottate finora hanno prodotto pochissimi risultati. Nel confronto dei dati relativi alle morti bianche in edilizia degli ultimi due anni, anzi, il fenomeno risulta in aumento. Erano state 215 nel corso del 2003 e sono salite fino a quota 231 l’anno successivo.
Dietro alla fredda contabilità di questi numeri, però, si celano le storie di persone in carne e ossa. Come Haman Kerraumi, un operaio marocchino di 26 anni morto a Lecco il 18 dicembre 2004 dopo essere caduto mentre sistemava delle putrelle all’interno del palazzo Falck. Come Francesco Giordano, un operaio edile di 52 anni che ha perso la vita due giorni dopo in un cantiere di Altamura (Bari), a causa di una caduta da un ponteggio. O come lo stesso Luca Alberti, che dopo il volo di lunedì scorso da un’altezza di 5-6 metri ha lasciato nella disperazione la moglie e una figlia di soli tre anni.
Storie di dolore, le loro, che troppo spesso vengono archiviate come “fatalità”, come se fosse solo colpa di un destino cinico e baro. Ma anche se ogni incidente è una storia a sé, una lettura meno superficiale delle statistiche offre qualche interessante spunto di riflessione. Prendendo in considerazione, per esempio, l’età delle vittime degli incidenti, si nota che in molti casi si tratta di giovani sotto i 35 anni, segno che probabilmente anche l’inesperienza e l’impreparazione giocano spesso un ruolo importante in queste tragedie. La causa più frequente dei decessi è la caduta dall’alto (38,5 per cento) e una vittima su sei (15 per cento) è un immigrato extracomunitario, un dato che rileva anche come sia cambiata la mappa di chi lavora nei cantieri.
Tra le regioni italiane, la Lombardia è quella che paga il tributo di sangue più alto. Per i sindacati la colpa è della mancata applicazione delle leggi e delle norme di sicurezza, conseguenza anche del diffondersi di forme di precarizzazione nei rapporti di lavoro e di una catena infinita di appalti e subappalti che si trasformano in contenitori di lavoro nero e irregolare, stimato attorno al 50 per cento dell’edilizia della nostra regione.
Si tratta di una percentuale allarmante, soprattutto dal punto di vista della sicurezza, perché il lavoro sommerso sfugge per definizione a ogni tipo di controllo e di tutela garantita dalle norme antinfortunistiche. Così molti incidenti passano sotto silenzio perché i lavoratori che ne rimangono vittime sono “irregolari” e non vengono registrati né dall’anagrafe delle Casse Edili né da quella dell’Inail.
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Guaragna (Filca Cisl): “Molti hanno paura di parlare”
“Quella delle morti bianche nei cantieri edili è una piaga che un paese civile non può accettare. Chi lavora in edilizia deve adottare molte precauzioni. Prima di entrare in un cantiere chiunque dovrebbe essere adeguatamente istruito. Qui a Cremona, per esempio, la scuola edile offre formazione gratuita in questo senso, eppure in molti continuano ad andare allo sbaraglio, senza alcun tipo di preparazione”.
A tracciare questo quadro poco confortante per il nostro territorio è Enrico Guaragna, arrivato a Cremona a partire dal luglio scorso come nuovo segretario generale della Filca Cisl e vicepresidente della Cassa Edile, che sottolinea anche la necessità di “risvegliare la cultura della sicurezza. Molti lavoratori, infatti, vengono da noi a informarsi sui loro diritti, ma poi per paura di perdere il posto di lavoro non fanno nulla per farli rispettare”.
Per il sindacalista precarietà e mancanza di una formazione adeguata sono due dei nodi principali da sciogliere per invertire la tendenza. “Ultimamente sono nate molte piccole imprese edili, che però in realtà sono formate da singoli dipendenti costretti a mettersi in proprio - spiega Guaragna - Da questo punto di vista ritengo che bisognerebbe porre una maggiore attenzione sui requisiti necessari per diventare impresa. Allo stato attuale, infatti, basta andare dal ferramenta e acquistare i ferri del mestiere per diventare degli operai edili”.
A fronte di questo scenario a tinte fosche, Guaragna assicura però che il sindacato sta impegnando tutte le energie possibili per farvi fronte. Non a caso il tema della sicurezza sarà al centro del congresso in programma il prossimo 13 marzo alla Fiera di Cremona. Nel frattempo a livello provinciale già nel 2004 è stato avviato un percorso di sensibilizzazione che coinvolge anche l’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori edili. “La cosa si è bloccata a ridosso delle festività natalizie - precisa il sindacalista - ma l’obiettivo è quello di siglare un protocollo d’intesa con il prefetto per delineare delle linee guida di approccio alla sicurezza nei cantieri”.
Per Guaragna, inoltre, è fondamentale che l’applicazione del protocollo d’intesa coinvolga tutti gli enti appaltanti, come il Comune di Cremona, la Provincia e le altre amministrazioni locali. “Il protocollo d’intesa - chiarisce il segretario - deve essere inserito nel capitolato d’appalto, per assicurare che i lavoratori non vengano mandati allo sbaraglio. E’ chiaro che in un cantiere esiste sempre una componente di fatalità, ma si può e si deve fare molto di più per ridurla al minimo”.
Il compito non è facile, anche perché il settore edile nel nostro territorio, dati del 2003 alla mano, conta circa 4.500 lavoratori iscritti alla cassa edile e 760 imprese registrate. Perché le cose cambino davvero per i sindacati di categoria è quindi necessario che, oltre ai responsabili delle aziende e dei cantieri, gli stessi operai si rendano conto che il rispetto delle norme di sicurezza non può essere considerato un optional. Il prezzo da pagare, in caso contrario, può essere la vita.
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Chi è il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (Rls) è la figura individuata nel decreto legislativo 626/94 per la tutela nei luoghi di lavoro. Ha il diritto di accedere ai luoghi in cui si svolgono le lavorazioni e di essere consultato e informato sulla valutazione dei rischi, sulle azioni preventive e sulla loro verifica, sulla segnalazione degli addetti al servizio di prevenzione, sull’organizzazione della formazione specifica.
Il Rls è anche chiamato a promuovere le misure di prevenzione idonee, a formulare osservazioni durante le visite delle autorità competenti (alle quali può anche ricorrere nel caso non ritenga idonea l’attività di prevenzione del datore di lavoro). A causa di alcune peculiarità del settore quali l’estrema polverizzazione in tutto il territorio, la breve vita del cantiere e la conseguente permanenza del lavoratore nello stesso cantiere, il settore edile privilegia la scelta del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale (Rlst), anche questa prevista nel decreto legislativo 626/94 all’articolo 18 e recepita nel contratto di lavoro collettivo del 2000.
Il Rlst è una figura altamente specializzata che opera a tempo pieno e non dipende da nessuna azienda e quindi non è condizionabile. Rappresenta quindi una possibilità di intervento efficace sul versante della prevenzione. Non è un tecnico della sicurezza ma un sindacalista che rappresenta i lavoratori su questo fronte. È una forma di rappresentanza in piena espansione: sono già attive una trentina di strutture territoriali con un Rlst operante e di altrettante è prevista l’attivazione. In provincia di Cremona per il momento sono due, entrambe donne. Monica Tonghini è responsabile del territorio compreso tra Cremona e il Casalasco, mentre Luciana Occhio cura la zona del Cremasco.
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Boom di manodopera immigrata
I posti di lavoro in Italia stanno crescendo e a trarne vantaggio, soprattutto se si tratta di lavori che richiedono uno sforzo fisico, sono gli immigrati extracomunitari. Non si tratta di un luogo comune ma di una realtà ben documentata da una recente ricerca di Unioncamere, in collaborazione con il Ministero del Welfare.
La disoccupazione oggi è calata ai livelli degli anni Settanta e, parallelamente, il numero degli immigrati assunti costituisce ormai il 28,9 per cento della forza lavoro attiva. Ancora una volta la parte del leone la fa la nostra regione: in Lombardia, infatti, nel 2004 sono state previste 37mila assunzioni di stranieri, quasi la metà concentrate a Milano. Seguono a ruota Veneto (21mila assunzioni) ed Emilia Romagna (più di 20.900 assunzioni).
Ma la situazione degli immigrati assunti non è certo facile: il salario medio oscilla tra i 30 e i 40 euro al giorno e le mansioni sono generalmente pesanti. Non a caso il settore con il maggiore apporto di manodopera straniera è quello edilizio: il 28 per cento dei lavoratori nei cantieri è infatti composto da immigrati. A livello regionale il settore è costituito da una manodopera per il 28 per cento di origine straniera.
Come ha dichiarato Carlo Melegari, direttore del Centro Studi Immigrazione, “la strada dei cantieri è una scelta obbligata: la manodopera italiana infatti scarseggia in quel settore, che invece è in decisa espansione dal punto di vista congiunturale”. Inoltre si calcola una forte incidenza degli infortuni mortali per i lavoratori non italiani. Sicuramente questi dati derivano dal fatto che gli stranieri, per necessità, svolgono lavori “sgraditi” a molti italiani perché considerati umili, sfibranti e pericolosi per la salute.
Per contro è decisamente inferiore il numero di imprese individuali con titolare nato in un paese extracomunitario: sono poco più di 168mila. La nostra regione, comunque, è quella in cui le aziende con direttori di origine straniera sono più numerose. Sono ben 30.700, controllate soprattutto da marocchini e cinesi.
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Morti bianche, le caratteristiche più frequenti nel 2003 (Fillea Cgil)
UNA VITTIMA SU SEI E’ UN IMMIGRATO
Una persona su sei era immigrato. Su 215 vittime, il 15 per cento (32 persone) era extracomunitario. Un dato che rileva come sia cambiata la mappa di chi lavora nei cantieri edili italiani. E metà delle vittime venute a lavorare in Italia avevano tra 26 e 35 anni.
MOLTI GIOVANI TRA LE VITTIME
La maggior parte delle vittime aveva tra i 26 e i 35 anni e tra i 46 e 55 anni.
LE CAUSE PIU’ FREQUENTI
La causa più frequente è la caduta dall’alto (38,5 per cento). Le altre cause sono: travolto da gru, carrello elevatore o ruspa (15,4 per cento), il crollo di una struttura (15 per cento), colpito da materiali di lavoro (9,2 per cento), ribaltamento del mezzo (9 per cento), folgorato (7,5 per cento). Il restante 5,4 per cento è rimasto vittima di un incidente per altri motivi.
MAGLIA NERA A LOMBARDIA, TOSCANA, VENETO E LAZIO
La regione che registra il maggior numero di morti bianche è la Lombardia con 41 morti seguita dalla Toscana (23), il Veneto (22) e il Lazio (16). Tutte le regioni italiane hanno avuto almeno una vittima nei cantieri edili nel 2003.
MAGGIO E SETTEMBRE I MESI PIU’ “NERI”
Sono stati i mesi di maggio e settembre quelli più “neri” per quanto riguarda la mortalità nei cantieri edili nel 2003. Anche giugno e luglio, i mesi estivi insomma, hanno registrato un aumento degli incidenti.
LUNEDI E VENERDI LE GIORNATE CON PIU’ INCIDENTI
Gli infortuni mortali accadono più frequentemente nel giorno di lunedì e venerdì, ma ci sono anche parecchi infortuni che si verificano nei giorni festivi. Una ricerca elaborata dalla Fillea Cgil rileva che Il 45,9 per cento degli incidenti si verifica nella tarda mattinata, prima dell’interruzione per il pranzo. Negli altri tre intervalli temporali considerati (inizio lavoro, inizio ripresa lavoro e verso la fine lavoro) la distribuzione degli incidenti si presenta in un modo pressochè uniforme.
Articolo pubblicato il 22 gennaio 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona
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samie scrive,
23 Maggio 2007 @ 13:28
Ho scritto un post simile (meno particolareggiato, ma avevo già scritto sulle morti bianche!)…e devo dire che qualcosa si sta muovendo…forse poco…ma l’importante è che ci si muova e nella direzione giusta!
Certo non bisogna abbassare la guardia per risollevarla alla prossima morte di un qualsiasi lavoratore…io ho scritto della richiesta di far scorrere le graduatorie per gli ispettori, bloccate per mancanza di fondi…mah!