Sanità, libertà di scelta. Anzi, no
Più salute per tutti. Si possono riassumere in questo slogan i proclami con cui la giunta regionale aveva accompagnato, nel 1997, l’approvazione della legge di riforma 31, che prometteva libertà ed equità di accesso per tutti i cittadini anche nelle strutture ospedaliere più prestigiose. Nella prima fase, in effetti, i dogmi della concorrenza tra istituti pubblici e privati e il rifiuto della programmazione sembravano aver prodotto risultati positivi, a partire dalla riduzione delle liste di attesa e da un’offerta di servizi più ampia.
Il sistema sanitario del Bengodi ipotizzato dalla giunta Formigoni ha portato però allo sfondamento dei conti regionali, tanto da rendere obbligata, nel corso del 2003, un’inversione di rotta tanto drastica quanto “silenziosa”. Che cosa rimane, dunque, oggi della libertà di scelta del cittadino sbandierata dai fautori della riforma? Probabilmente solo le parole d’ordine e le dichiarazioni ufficiali del governo regionale, che non ha mai ammesso pubblicamente il dietro-front.
Di fatto, però, con l’avvicendamento alla direzione generale sanità avvenuto nel marzo del 2003, quando Renato Botti è stato sostituito da Carlo Lucchina, la giunta Formigoni ha preso atto del fallimento del suo modello. Da allora, infatti, le Asl, in violazione al dogma della libera scelta, hanno fissato dei tetti all’offerta delle prestazioni, programmando le spese in modo rigidissimo e vincolando i rimborsi alle aziende accreditate al budget dell’anno precedente.
Il risultato è un sistema sanitario “ingessato”, in cui le liste di attesa per le prestazioni sono tornate ad allungarsi e in cui il fattore-spesa è diventato il criterio principale, se non l’unico, su cui si basa la programmazione. Da qui il boom della day-surgery, la fast-chirurgia che spedisce i pazienti a casa appena sono in grado di alzarsi in piedi, per farli gravare solo lo stretto necessario sul budget regionale. Si spiega così anche l’esternalizzazione e la privatizzazione dei servizi sul territorio, prima in carico direttamente alle Asl e oggi gestiti da soggetti privati, molti dei quali, almeno nella nostra regione, fanno capo alla Compagnia delle Opere, braccio operativo di Comunione e Liberazione, di cui proprio il presidente Formigoni è uno degli esponenti più noti e influenti.
Nel frattempo, come ha sottolineato Fiorenza Bassoli, vicepresidente del consiglio regionale, “si sta generalizzando in tutta la Lombardia il sistema dei voucher per la fornitura di assistenza domiciliare medico-infermieristica ad anziani o malati terminali”. Il voucher ha un importo predeterminato che può variare dai 180 ai 600 euro e consente di acquistare prestazioni presso soggetti accreditati dalle Asl. “Questi nuovi soggetti privati – sottolinea però Bassoli – devono rispondere a requisiti molto blandi per essere riconosciuti dalle Asl”. Per la vicepresidente del consiglio regionale, inoltre, il voucher garantisce alle famiglie solo un sostegno economico parziale.
Per quanto riguarda, più nello specifico, la sanità cremonese, tra gli addetti ai lavori serpeggia il malumore per una gestione delle aziende ospedaliere giudicata troppo centralizzata e burocratica, nell’ambito della quale i manager vengono proiettati sul territorio dall’esterno, trasformandosi, nella sostanza, meri esecutori delle decisioni assunte dalla Giunta regionale. A questo proposito, c’è chi giudica eclatante il fatto che Cremona dai tempi di Felice Majori, già direttore generale degli Istituti Ospedalieri, non sia più riuscita a esprimere nelle aziende pubbliche un direttore generale o sanitario.
Articolo pubblicato l’8 gennaio 2005 sul Piccolo Giornale di Cremona
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