La solidarietà non è un part-time
E’ difficile fare un bilancio obiettivo dell’anno che abbiamo vissuto con le immagini della sciagura del sud-est asiatico ancora negli occhi. La prima considerazione, quasi scontata, è che il maremoto rappresenta l’evento ideale, nel senso peggiore del termine, per calare il sipario su un 2004 in cui di sangue ne è stato versato a fiotti, in Iraq ma anche altrove. E non per “calamità naturali”.
Lo slancio di solidarietà provocato da questa tragedia suscita, però, anche un’altra considerazione, forse meno scontata. Sembra, infatti, che solo di fronte a disastri di queste proporzioni, possibilmente documentati dall’occhio di qualche telecamera, l’umanità sia ormai in grado di recuperare quel senso di fratellanza universale che, a rigor di logica, dovrebbe invece rappresentare un tratto costante dei nostri comportamenti, anche nella noiosa banalità della vita quotidiana. E’ solo nell’emergenza di questi eventi, infatti, quando troppe persone muoiono tutte insieme in un lasso troppo breve di tempo, che la nostra coscienza si sente chiamata in causa, mentre tragedie ancora più grandi, che si consumano però più lentamente, passano del tutto inosservate, senza che nessuno senta il dovere di intervenire.
L’auspicio per il nuovo anno, dunque, è che non sia più necessario un altro maremoto di queste proporzioni per ricordarci che, al di là delle differenze superficiali, siamo tutti, semplicemente, degli esseri umani. E che la solidarietà è un lavoro a tempo pieno, non un part-time.
Editoriale pubblicato il 31 dicembre 2004 sul Piccolo Giornale di Cremona
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