Meno disoccupati, ma quali occupati?

La vigilia di Natale degli italiani è rasserenata dalla notizia che la disoccupazione è scesa al 7,4 per cento, ovvero al minimo storico da trent’anni a questa parte. Una notizia accolta con comprensibile soddisfazione dal ministro del Welfare Maroni, che ha stappato la bottiglia di spumante sottolineando che la diminuzione del numero dei disoccupati “è il segno che il governo ha saputo dar vita ad una riforma che già oggi sta dando i suoi frutti”.

Il ministro ha ragione, solo che è sufficiente un’analisi meno legata ai numeri e più attenta alla realtà che descrivono per rivelare che si tratta di frutti in gran parte bacati. La quantità, infatti, è solo una delle due facce della medaglia del lavoro. Senza scomodare ricercatori o sociologi, è sufficiente fare un salto nel mondo reale, quello che Maroni evidentemente frequenta sempre più di rado, per rendersi conto che l’altra faccia della medaglia, la qualità del lavoro, in un arco di tempo piuttosto breve ha subito un tracollo tale che neppure un lifting potrebbe restituirle un aspetto decoroso.

Gran parte dei nuovi posti, infatti, sono il frutto della precarizzazione del mercato del lavoro introdotta con la legge Biagi, ovvero poco retribuiti, pochissimo tutelati e in quasi tutti i casi inutili per ottenere un mutuo per l’acquisto della casa o qualsiasi altro tipo di finanziamento che consenta di non vivere solo con l’obiettivo di arrivare a fine mese.

Editoriale pubblicato il 24 dicembre 2004 sul Piccolo Giornale di Cremona


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