Sciopero generale
Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato per l’intera mattinata di martedì 30 novembre un nuovo sciopero generale “contro la manovra finanziaria del governo Berlusconi e a favore di una politica di sviluppo con investimenti nella ricerca e nella qualità del lavoro”. A Cremona il concentramento dei lavoratori avverrà, a partire dalle ore 9, davanti al Palazzo Cittanova, da dove si snoderà il corteo che attraverserà le vie del centro storico fino in piazza Stradivari. Qui, a partire dalle 10, si succederanno gli interventi dei rappresentanti sindacali e degli enti locali. Alla vigilia dello sciopero, il Piccolo ha incontrato i segretari provinciali dei sindacati confederali, che nel nostro territorio contano complessivamente circa 88mila iscritti, tra lavoratori attivi e pensionati: Massimiliano Dolci (Cgil), Mario Daina (Cisl) e Mino Grossi (Uil).
Una novità di questo sciopero sembra essere rappresentata dalla sua natura propositiva. Più che l’opposizione a qualcosa o qualcuno, come è stato spesso in passato, questa volta sembra prevalere la richiesta di interventi da parte del governo. E’ un’impressione corretta?
DOLCI: A mio avviso si tratta di una considerazione giusta, che però sarebbe sbagliato circoscrivere a questo sciopero. Le proposte, infatti, da parte del sindacato non sono mai mancate, tanto che da tempo abbiamo presentato una piattaforma confederale, ma è vero che negli ultimi anni la nostra azione di contrasto rispetto alle iniziative portate avanti dal governo e dalla Confindustria ha avuto un impatto emotivo superiore.
GROSSI: Le proposte le abbiamo, il problema è che questo governo ha scelto di rifiutare qualsiasi confronto con le parti sociali, agendo in totale autonomia, senza consultarsi con nessuno e informandoci soltanto una volta che le decisioni erano già state prese. Un atteggiamento, questo, che ritengo gravissimo.
DAINA: Lo sciopero di martedì prossimo nasce dalla volontà di cambiare l’agenda politica. Allo stato attuale, infatti, la concertazione è morta e sepolta, e gli impegni presi dal governo per avviare dei tavoli di confronto con i sindacati sullo sviluppo e sulla politica dei redditi non sono mai stati mantenuti. Questa maggioranza non è in grado di dialogare con le parti sociali perché è alla continua ricerca di un equilibrio interno tra le diverse forze politiche che la compongono.
Che valore ha questo sciopero in ambito locale?
DOLCI: Nella nostra provincia stiamo attraversando un periodo caratterizzato da difficoltà economiche generalizzate. Proprio in questi giorni stiamo registrando il precipitare di aziende locali attive nel settore meccanico e tessile, su fasce di produzione di qualità medio-bassa, che soffrono più di altre la competizione internazionale. Questa è la dimostrazione che decidere di aumentare la competitività riducendo i livelli salariali e i diritti dei lavoratori è stata una scelta sciagurata.
GROSSI: Cremona, rispetto al resto della Lombardia, soffre ancora di più di una perdità di competitività. L’Associazione Industriali dipinge un quadro troppo roseo. Nella nostra provincia, infatti, il livello professionale degli occupati è tra i più bassi della regione, così come il reddito delle famiglie, che è inferiore di circa 1.500 euro rispetto alla media lombarda. E la povertà è in aumento, anche perché il governo ha scelto di attuare una politica che allarga il divario tra i ricchi e i poveri, invece di diminuirlo.
DAINA: La nostra, per ora, è ancora una provincia ricca, che però, in mancanza di una nuova spinta propulsiva, è destinata a scontare una situazione di crisi. Il tasso demografico, in particolare, rappresenta uno dei fattori decisivi per il futuro. Dopo Milano, siamo la provincia lombarda che ha perso più ragazzi rispetto a due anni fa. Nel frattempo è diminuita l’occupazione maschile e il prodotto interno lordo cremonese risulta essere inferiore a quello delle province limitrofe. A questi elementi di preoccupazione si sommano, inoltre, i segnali di destrutturazione di alcune aziende locali, che a loro volta stanno mettendo in crisi i contoterzisti.
Una delle novità più significative degli ultimi anni è costituita dalla precarizzazione del lavoro.
DAINA: A un anno dall’approvazione della legge 30 (la cosiddetta legge Biagi, ndr), è chiaro che le imprese stanno attingendo molto al lavoro flessibile o precario. Al momento non abbiamo a disposizione numeri precisi in merito, perché la fase delle collaborazioni coordinate e continuative è scaduta alla fine di ottobre, ma i centri per l’impiego riferiscono che ormai la maggioranza delle assunzioni avvengono con queste modalità. Lo sviluppo del paese, quindi, passa solo attraverso un ampliamento delle tutele offerte a questo tipo di lavoratori, non attraverso i tagli dei salari.
GROSSI: L’esigenza delle aziende di poter ricorrere a manodopera in maniera flessibile per restare competitive non può trasformarsi in una precarizzazione dei diritti dei lavoratori, ma gli ultimi provvedimenti introdotti in materia di mercato del lavoro da un lato garantiscono libertà pressoché totali alle imprese, dall’altro impongono solo doveri ai dipendenti. Sono questioni che ci hanno creato grossi problemi come sindacato, perché mettono a repentaglio il futuro dei lavoratori. A questo punto il nostro obiettivo è di conquistare con la contrattazione i diritti che non sono previsti dalla legge.
DOLCI: In realtà come sindacati confederali non abbiamo solo la necessità di garantire la stabilità dell’impiego, ma anche quello di contrastare l’involuzione che è in atto dal punto di vista democratico. Con un modello precarizzato di questo tipo, infatti, non viene meno solo il rispetto dei diritti dei lavoratori, ma anche la partecipazione democratica, che nel nostro paese è figlia proprio del mondo del lavoro, oltre che della scuola.
DAINA: Aggiungo che il 92 per cento delle imprese cremonesi non arrivano a sette dipendenti. Per i sindacati ciò rappresenta una difficoltà in più, perché un conto è parlare davanti a un’assemblea di fabbrica di 200 operai, un altro dover fare la spola tra tante piccole aziende sparse sul territorio.
GROSSI: E’ vero, si tratta di un problema serio, ma ci siamo organizzati anche per questi settori.
Negli ultimi anni a livello nazionale il sindacato si è spaccato più volte su diverse questioni, per esempio rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti del governo. A Cremona com’è la situazione dei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil?
DOLCI: Personalmente a livello provinciale avverto una richiesta forte dei lavoratori rispetto alla necessità di salvaguardare l’unità sindacale. La stagione dell’unità sindacale a prescindere, però, non tornerà mai più. Ci possono essere delle prese di posizione diverse su alcune questioni di merito, ma l’importante è tenere insieme i sindacati sulle questioni davvero fondamentali, come quelle all’origine del prossimo sciopero generale. Io e Daina, qui a Cremona, siamo stati eletti quasi in contemporanea alle segreterie di Cgil e Cisl, in una fase di grande contrasto tra i nostri sindacati, ma nonostante tutto, a costo di essere criticati, abbiamo creduto nella possibilità di portare avanti a livello locale un’azione comune sui temi davvero cruciali.
DAINA: Questa richiesta di unità emerge anche dai risultati delle recenti elezioni delle Rsu: più del 90 per cento dei delegati, infatti, appartengono a Cgil, Cisl o Uil. Dopo la rottura sindacale sono stati compiuti dei passi in avanti, perché tutti hanno compreso che cercare in modo ostinato la vecchia unità non era più possibile. Non abbiamo spazzato sotto il tappeto le differenze che contraddistinguono le nostre organizzazioni, ma abbiamo capito che il sindacato confederale deve avere un ruolo di soggetto politico autonomo. Ma si tratta di un percorso difficile, perché il bipolarismo pretende una scelta di campo netta.
GROSSI: Come Uil abbiamo tentato di rafforzare l’idea di autonomia del sindacato, cercando sempre la strada della contrattazione, indipendentemente dall’interlocutore. Oggi l’unità sindacale è fatta sui documenti, non sugli schieramenti.
Articolo pubblicato il 27 novembre 2004 sul Piccolo Giornale di Cremona
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