“Fidencie è mia, voglio che venga a vivere con me”
“Il mio unico desiderio è quello di ricongiungermi con mia figlia, che non vedo da due anni, da quando ho lasciato lo Zaire per venire qui in Svizzera. E per riuscirci sono disposto a tutto”. Queste le prime parole di Juvenal Nshimiyimana, l’uomo che ha rivendicato la paternità della piccola Fidencie, e che dalla sua abitazione di Düdingen, cittadina del cantone di Friburgo, ieri mattina ha parlato con “Nuova Cronaca”, primo organo di stampa italiano ad intervistarlo dopo che il caso della bambina ruandese di tre anni e mezzo è balzato alla ribalta della cronaca nazionale.
L’intervista avviene al telefono, in francese, all’indomani della decisione del giudice tutelare di Cremona Angelo Tropeano di sospendere l’esecutività del provvedimento che revoca l’affidamento della bambina ai coniugi Simi e impone il suo trasferimento in territorio elvetico. La prima reazione di Juvenal Nshimiyimana è stizzita: “La mia posizione è chiara: voglio soltanto che mia figlia mi raggiunga in Svizzera. La nostra famiglia è separata da molto tempo e l’ultima volta che ho visto Fidencie è stato nel 1998, poco dopo la sua nascita. Adesso voglio averla qui, al mio fianco, in attesa che ci possano raggiungere anche mia moglie e gli altri nostri tre figli, due bambine ed un bambino, con i quali sono sempre rimasto in contatto. Non è vero che mia moglie vive in Olanda. In questo momento lei e i bambini sono in Togo e sto cercando di trovare il modo di farli venire in Europa”.
Pur di convincere le autorità italiane della sua buona fede, Juvenal Nshimiyimana si dice pronto a rispondere a qualsiasi domanda e, se necessario, anche a sottoporsi al test del Dna, per provare il suo legame genetico con Fidencie: “Se gli italiani esigono che io faccia questo test, sono pronto a farlo anche domani. Se per riavere mia figlia dovrò venire a vivere in Italia, lo farò. Non sono venuto in Svizzera per fare soldi, ma solo per cercare sicurezza e tranquillità. Il giorno in cui anche la mia patria, il Ruanda, mi offrirà di nuovo questa sicurezza e tranquillità io ci tornerò senza problemi, ma finché la situazione del mio paese non cambia, sono pronto a vivere ovunque, anche in Italia. Mi interessa soltanto essere di nuovo con la mia famiglia”.
Juvenal Nshimiyimana nega anche che dietro alla sua richiesta di ricongiungersi a Fidencie si nascondano altri interessi: “Non c’è nessuna motivazione segreta, anche se i giornali italiani hanno scritto che avere mia figlia con me mi avrebbe aiutato a regolarizzare la mia situazione qui in Svizzera. Tra le due cose, invece, non c’è alcun rapporto, assolutamente nessun rapporto. Qualche giornale del vostro paese - continua - è arrivato a definirmi ‘un africano vagabondo’, venuto a gironzolare per l’Europa. In realtà, prima di arrivare qui ero studente universitario in storia, poi ho frequentato dei corsi all’Università di Ginevra e adesso studio teologia ed etimologia all’ateneo di Friburgo. Dunque non sono proprio un vagabondo”.
Juvenal Nshimiyimana chiarisce anche i retroscena del viaggio della piccola Fidencie, accompagnata in Italia da Léonille Mukanoheli, che all’arrivo all’aereoporto della Malpensa aveva dichiarato di essere la zia materna della bambina. “Il viaggio di Léonille e Fidencie l’abbiamo organizzato qui in Svizzera io e il fratello di Léonille, che non è la sorella di mia moglie - rivela l’uomo - L’obiettivo era quello di farle arrivare entrambe qui da noi, ma quando sono atterrate nell’aereoporto italiano ci sono stati dei problemi, e Léonille ha deciso di chiedere asilo politico nel vostro paese”.
A dispetto delle tensioni e delle incomprensioni dei mesi scorsi, Juvenal Nshimiyimana non manifesta alcun risentimento nei confronti dei coniugi Simi, la coppia di Bagnara che dal giugno scorso ha avuto in affido la piccola Fidencie, che ormai si considera ed è considerata una della famiglia: “Io non ho nulla contro la famiglia che ha accolto mia figlia. Anzi, li ringrazio perché prendendo con loro una bambina per un anno intero hanno compiuto un grosso sacrificio. Mi rendo conto che hanno fatto una grande cosa e non ho nessuna intenzione di impedire loro di rivedere Fidencie. Se vorranno venire a trovarla in Svizzera o se la bambina vorrà venire a trovarli in Italia per qualche giorno, io sarò assolutamente d’accordo. Voglio soltanto che mia figlia venga a vivere con me”.
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Ma per i genitori affidatari il giudice ha deciso bene
La decisione del giudice tutelare, Angelo Tropeano, di sospendere il provvedimento che impone il ritorno di Fidencie con l’uomo che ne rivendica la paternità ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai coniugi Simi, che da più di nove mesi hanno in affidamento la bambina ruandese. Venerdì mattina, infatti, tutti davano per scontata la partenza di Fidencie per la Svizzera. L’auto dei Simi era parcheggiata in via dei Tribunali pronta ad accompagnare la piccola da Juvenal Nshimiyimana, l’uomo che da mesi, con l’aiuto della Croce Rossa svizzera, ne rivendica la paternità.
La sospensione del provvedimento decisa in extremis da Tropeano, dopo la contestazione del procuratore della Repubblica Giorgio Caimmi, ha rimesso tutto in discussione. “Si è trattato di una decisione opportuna - commenta il giorno dopo Aida Simi, che negli ultimi mesi ha fatto da mamma alla bambina ruandese - Sono convinta, infatti, che mandare via Fidencie in quel modo non fosse giusto. Spero che la sospensione del provvedimento consenta di chiarire i dubbi legati alla paternità e di favorire il suo inserimento nella nuova famiglia in modo graduale”.
Le maggiori perplessità sono legate al certificato di nascita presentato un anno fa da Juvenal Nshimiyimana per dimostrare di essere il padre della piccola. Secondo questo documento, la bambina sarebbe nata il 12 settembre del 1996, mentre al momento dell’arrivo in Italia l’accompagnatrice della bambina aveva indicato il luglio del 1997 come data di nascita. “Ma anche se il certificato di nascita risultasse essere vero - aggiunge Aida Simi - chiediamo che sia verificato che esso corrisponde effettivamente a questa bambina”.
Una conferma dell’esistenza di un traffico internazionale di bambini giunge da Maria Rosa Lodigiani, una volontaria che dal 1975 al 1987 ha operato nei campi profughi dello Zaire con l’associazione “Mondo Giusto” e che in Zaire è tornata per alcuni mesi anche nel 1994 e nel 1995, per affrontare l’emergenza profughi dopo i massacri del Ruanda: “Ovviamente non posso esprimere un giudizio in merito al caso specifico di Fidencie - spiega - Posso soltanto dire che nel 1994 ci eravamo resi conto che vicino ai campi che ospitavano i bambini giravano persone sospette, sia bianchi che neri. In alcuni casi sono le stesse mamme che, per dare un futuro ai loro figli, cercano di fare in modo che raggiungano l’Europa. In altri casi, invece, esiste un vero e proprio traffico di bambini”.
Aida Simi tiene comunque a ribadire che sia lei che il marito auspicano che Fidencie possa presto riabbracciare il padre naturale, che non ha mai conosciuto: “Siamo sempre stati convinti che per la bambina sia importante poter ritrovare la sua famiglia naturale, purché questo avvenga in modo non traumatico e con l’assoluta certezza che la persona cui viene affidata è proprio il padre”.
Fortunatamente, finora la piccola non sembra aver sofferto del tira e molla giudiziario che l’ha riguardata. Al contrario, spiega Aida Simi, “si è sempre considerata fortunata ad avere due mamme e due papà. Non le abbiamo mai nascosto che quella in casa nostra era soltanto una sistemazione temporanea e nei giorni scorsi, quando eravamo convinti di doverla accompagnare in Svizzera, l’avevamo preparata, spiegandole che finalmente avrebbe conosciuto il suo papà. Lei, però, era convinta che dopo sarebbe tornata con noi a Cremona. Così, quando abbiamo saputo della decisione del giudice tutelare, le abbiamo spiegato che non potevamo più partire perché la macchina aveva dei problemi”.
Il caso, intanto, rimane nelle mani del giudice Tropeano, che deve decidere se il procuratore competente ad occuparsi delle indagini sia quello del Tribunale di Cremona o quello del Tribunale dei minori di Brescia. Allo stato attuale è difficile, però, prevedere quando verrà presa una decisione definitiva sul futuro della piccola Fidencie, che intanto potrà continuare a giocare con i compagni della scuola materna di Bonemerse.
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Una lunga odissea dai massacri del Ruanda alla casa di Bagnara
L’arrivo di Fidencie sul suolo italiano risale alla fine di ottobre del 1998. La bambina ruandese, in fuga dai massacri etnici in corso nel suo paese, atterra all’aereoporto della Malpensa, accompagnata da Léonille Mukanoheli, una ragazza che dichiara di essere la sua zia materna. La macchina burocratica preposta ad occuparsi dell’accoglienza dei rifugiati si attiva subito per trovare loro una sistemazione. La Conferenza San Vincenzo de’ Paoli di Cingia de’ Botti offre la sua disponibilità ad occuparsi del caso, così Fidencie e Léonille arrivano nella nostra provincia, ospiti inizialmente di un connazionale rifugiato politico residente a Cingia e, dopo qualche settimana, della Chiesa Cattolica di San Lorenzo Mondinari, frazione di Cella Dati.
Juvenal Nshimiyimana, l’uomo che sostiene di essere il padre di Fidencie, si fa vivo per la prima volta verso la fine del 1998. Il 22 dicembre, infatti, a un paio di mesi dall’arrivo della bambina in Italia, la Conferenza San Vincenzo riceve una lettera da parte della Croce Rossa svizzera, che prospetta la possibilità di far ricongiungere la figlia con il padre, residente a Düdingen, cittadina della Confederazione elvetica. La San Vincenzo prende atto, ma invita la Croce Rossa a rivolgere la stessa domanda alle autorità italiane competenti.
Dopo alcuni mesi, nel marzo del 1999 Juvenal Nshimiyimana torna a farsi vivo, questa volta in prima persona, con una lettera in cui chiede di tenere lontano la figlia da Léonille Mukanoheli. Quest’ultima, infatti, sarebbe stata accusata da Nshimiyimana di avergli fatto del male insieme ai fratelli che abitano in Svizzera. Alla lettera sono allegate delle fotografie, una copia dell’attestato di nascita di Fidencie ed un documento della Croce Rossa che attesta la situazione dell’uomo. Il 19 aprile Léonille Mukanoheli risponde ad un messaggio di Juvenal Nshimiyimana dicendosi pronta a lasciare il nostro paese per raggiungerlo in Svizzera e dichiarando di non volere, come lui, che Fidencie sia messa sotto tutela.
Il giudice tutelare di Cremona, Angelo Tropeano, la pensa però diversamente, e infatti il 10 maggio nomina tutore della bambina Emilio Serventi, presidente della San Vincenzo. In seguito alla decisione del giudice viene inoltre avviata la pratica di affido, che prevede la permanenza di Fidencie presso la famiglia di Marco e Aida Simi. Alla fine di giugno Juvenal Nshimiyimana scrive di nuovo alla San Vincenzo spiegando di essere in attesa di un permesso per venire in Italia. In dicembre la Questura ed il giudice tutelare di Cremona ricevono un documento del Tribunale dei minori di Brescia che autorizza il rilascio di un nulla osta per l’espatrio della piccola Fidencie in Svizzera. Il documento in questione, però, non dà indicazioni sulle procedure da seguire.
Le settimane passano senza che avvenga nulla di nuovo, poi in gennaio il clima cambia: dalla Svizzera cominciano ad arrivare dei strani messaggi, rivolti al tutore ed alla famiglia affidataria, accusata di voler ostacolare il ricongiungimento di Fidencie con il padre e di aver addirittura già inoltrato la pratica per l’adozione della piccola. Si tratta di accuse prive di fondamento, che non trovano riscontro in nessun documento ufficiale, ma ad avallare questa versione dei fatti, che avrebbe mandato su tutte le furie il sedicente padre di Fidencie, ci sarebbe una lettera della Croce Rossa svizzera, datata novembre 1999.
Il resto è storia degli ultimi giorni. Mercoledì scorso il giudice Tropeano dà disposizioni affinché venga meno l’affidamento familiare di Fidencie ai coniugi Simi, che dovranno accompagnare la bambina dal padre in Svizzera. Sul soggiorno italiano della piccola ruandese, che nel frattempo ha imparato l’italiano e si è inserita felicemente nella sua nuova famiglia, sembra destinato a calare il sipario. Venerdì mattina l’auto di Marco e Aida Simi è parcheggiata fuori dal Tribunale, pronta a partire con destinazione Düdingen.
Poi il colpo di scena: il giudice tutelare Tropeano, infatti, sospende il provvedimento che impone il trasferimento di Fidencie in territorio elvetico, dopo la contestazione del procuratore della Repubblica Giorgio Caimmi, che sottolinea come esso non sia immediatamente esecutivo. La decisione di Tropeano non annulla la validità del provvedimento, ma dà la possibilità alla magistratura inquirente di condurre accertamenti più approfonditi per chiarire gli interrogativi che ancora circondano la vicenda della piccola Fidencie.
Articolo pubblicato il 20 marzo 2000 su Nuova Cronaca
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