Giù al nord con Antonio Albanese

L’industriale Perego, l’imprenditore Alex Drastico, lo scultore di fumo, il professore… Sono alcuni dei personaggi attraverso cui Antonio Albanese mette in scena l’ossessione della società contemporanea per il lavoro nello spettacolo “Giù al nord”, un “one man show” di quasi due ore che venerdì e sabato sera al teatro “Ponchielli” ha registrato un duplice tutto esaurito.

E’ piaciuta al pubblico cremonese questa galleria di piccoli mostri, che suscitano ilarità nell’interpretazione di Albanese, attore dotato di una mimica facciale e di una gestualità straordinarie, ma anche un po’ di disagio, perché dietro alle esasperazioni delle caratteristiche dei personaggi è facile riconoscere comportamenti e mostruosità del mondo reale, quello che ognuno di noi deve inevitabilmente tornare ad affrontare una volta calato il sipario.

La vera grandezza di Albanese, così come quella di altri comici di primo piano, non sta tanto nelle battute fine a se stesse, che pure costituiscono uno dei pilastri del successo dello spettacolo, ma nella capacità di trasmettere attraverso il riso un messaggio ben più profondo, che in questo caso prende la forma di un grido di denuncia contro una società che tende a sacrificare tutto sull’altare del dio lavoro. Di questa grandezza si è accorta anche la redazione del “Wall Street Journal”, il prestigioso quotidiano finanziario a stelle e strisce, che ha spedito un suo corrispondente a Bologna per assistere ad una delle repliche di “Giù al nord”. Per il giornale americano, infatti, il comico lecchese con il suo spettacolo, scritto con Michele Serra ed Enzo Santin, è riuscito a cogliere l’essenza degli anni Novanta, segnati dal paradosso di una società capace di produrre ricchezza ma non felicità, una società in cui il profitto appare slegato da ogni altra considerazione, e dove il successo personale si misura sempre di più in termini puramente materiali.

Il nord di Albanese è un luogo immaginario, o almeno così viene descritto nel programma ufficiale di presentazione dello spettacolo, “un luogo dove la produttività e la necessità di lavoro diventano sinonimo di vita e viceversa”. Eppure questo nord immaginario sembra assomigliare molto al nord reale, quello dell’Italia delle fabbrichette, contrapposto al sud della disoccupazione, ma anche quello dei paesi industrializzati contrapposto al sud del pianeta, povero e sfruttato. In un periodo come quello attuale, in cui tra globalizzazione e referendum molte delle certezze del passato in tema di lavoro e stato sociale vengono rimesse in discussione, il messaggio dello spettacolo di Albanese continua ad essere di grande attualità.

Articolo pubblicato il 31 gennaio 2000 su Nuova Cronaca

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