Architettura, a Cremona bilancio in rosso

L’autosilo nell’area dell’ex cinema Corso e quello di via Massarotti, il nuovo mega-impianto Italmark di via Dante, la riqualificazione di piazza Cavour, in seguito ribattezzata piazza Stradivari. Questi alcuni degli interventi architettonici che negli ultimi tempi hanno cambiato il volto di Cremona. A conti fatti, il bilancio è piuttosto deludente. Soprattutto se paragonato a quanto avvenuto in altre località.

A Lecco, per esempio, il gruppo Bennet ha affidato al grande architetto Renzo Piano la realizzazione di un imponente centro commerciale a due passi dal centro. A Lodi, lo stesso Piano ha realizzato la sede della Banca Popolare, e a Parma gli è stato affidato il progetto di piazza della Pace-piazza della Pilotta. Anni fa, dopo aver realizzato il famoso centro culturale Beaubourg di Parigi, Piano aveva lasciato il segno anche a Cremona, progettando il portale della Fiera di Cà de’ Somenzi, un’opera semplice e innovativa che aveva il merito di coinvolgere varie realtà locali, come l’Andreotti, l’Edilkamin di Soncino e il tubificio Arvedi. L’esempio di Piano non sembra però aver fatto proseliti dalle nostre parti.

L’architettura contemporanea di Cremona, infatti, sembra essere dominata dal trionfo del finto vecchio e da un’atteggiamento di chiusura nei confronti dei progetti più innovativi. Ma se lo scopo dell’architettura è quello di contribuire allo sviluppo della società che la esprime, e di rappresentarlo attraverso le sue realizzazioni, quella cremonese ha fallito. La pensa così, per esempio, Gian Carlo Magnoli, un giovane architetto convinto del fatto che un edificio pubblico come il Duomo, in grado di creare un senso di identità per tutta la cittadinanza, allo stato attuale a Cremona non potrebbe essere costruito.

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De Crecchio: “Tutta colpa dell’affarismo”

“E’ vero, Cremona non ha opere importanti di architettura moderna. La più significativa è il Politeama Verdi, del milanese Sfondrini, che risale ad un secolo fa. Meritano una citazione anche Sant’Ambrogio, progettato negli anni Trenta da un altro milanese, l’architetto Muzio, e il Palazzo dell’Arte del napoletano Carlo Cocchia, realizzato negli anni Quaranta”. Questo il commento dell’architetto Michele De Crecchio, secondo il quale i problemi dell’architettura cremonese sono una diretta conseguenza della crisi della città. “L’architettura segue la situazione economica, politica e culturale del territorio - spiega - e l’edilizia a Cremona, dal fascismo in poi, è stata dominata dall’affarismo. Ciò ha impedito la liberazione della creatività degli architetti”.

Il problema, dunque, per De Crecchio non è legato alle capacità professionali degli architetti cremonesi: “La colpa non è strettamente legata alla qualità degli uomini, anche se è vero che le poche architetture degne di menzione realizzate a Cremona nel corso di questo secolo sono tutte di architetti provenienti da fuori. E’ paradossale, ma sono convinto che il miglior progettista cremonese del dopoguerra sia stato un geometra: Spartaco Cadioli, architetto ad honorem, che ha realizzato opere come casa Gori di via Altobello Melone, il ristorante Dordoni ed alcune villette molto pregevoli in cui spicca l’uso del cotto, una specialità di Cadioli”.

Per De Crecchio è improbabile che la situazione possa cambiare se non interverrà un cambiamento nella situazione più generale del territorio. Le soluzioni? “E’ positivo che gli enti locali abbiano deciso di realizzare in proprio le opere pubbliche, ma sarebbe opportuno e significativo aprire i progetti ai concorsi pubblici, che però andrebbero gestiti meglio. Bisognerebbe, inoltre, fare di tutto per evitare le operazioni di tipo clientelare”.

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Terzi: “Città ostile alle scelte radicali”

L’architettura cremonese è rivolta al passato. Questo il giudizio dell’architetto e assessore Massimo Terzi, che giudica la produzione più recente “non adeguata alla storia architettonica della città”. Per certi versi, aggiunge Terzi, “Cremona è rimasta un po’ ai margini della ricerca e alcuni interventi sono stati poco attenti all’ambiente in cui andavano ad inserirsi. Questa città nel XX secolo non ha avuto una cultura figurativa, ma sta lavorando per cercare di darsi un proprio linguaggio”.

Per dare un supporto concreto a quest’ultima affermazione, Terzi snocciola una lista di interventi che, a suo avviso, dimostrano che, grattando sotto una superficie di apparente staticità, negli ultimi anni a Cremona sono state realizzate diverse opere architettoniche interessanti: “Si possono citare la palazzina del porto, la sede della Frisona, l’interno del museo, l’edificio del centro per il tempo libero, l’interno della Centrale della Birra di viale Trento e Trieste, la nuova palazzina della Baldesio, l’Esselunga di via Ghisleri, l’intervento nell’area Lucchini… E sono stati effettuati anche dei restauri importanti”.

Per Terzi, “l’architettura è un’arte un po’ strana, perché è un servizio e produce cose che servono. E’ un’arte anche imposta che riflette la società e non esiste senza speranze e aspettative. Quello dell’architetto è il mestiere più bello del mondo perché, in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, progettare rappresenta una delle più grandi avventure possibili”. Fare architettura, continua l’assessore, “significa riflettere e soppesare bene il progetto, ma il più recente dibattito nazionale si è concentrato invece sulla contrazione dei costi, lo snellimento delle procedure di autorizzazione e la riduzione dei tempi”.

Le difficoltà per chi opera a Cremona secondo Terzi sono legate alla sobrietà della città, ostile alle scelte troppo radicali: “Intervenire è molto difficile, e bisogna sempre farlo in punta di piedi, ma credo che questo atteggiamento di sobrietà negli ultimi 30 anni abbia preservato la città dagli scempi architettonici che sono stati perpetrati altrove. Nel complesso, infatti, la situazione di Cremona è decorosa, anche nelle aree periferiche”.

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Magnoli: “Siamo vittime del nepotismo”

Il vero problema di Cremona? Manca la cultura necessaria per capire il ruolo dell’architetto. La pensa così Gian Carlo Magnoli, uno dei professionisti locali dell’ultima generazione. “La gente chiede all’architetto di svolgere un ruolo principalmente burocratico - spiega Magnoli - e ciò rappresenta un problema per i giovani, che, pur essendo solitamente molto bravi, hanno poche possibilità di emergere. Il privato, infatti, nella maggioranza dei casi si affida agli architetti con un’idea già in testa. Al progettista non viene richiesta la qualità o l’idea originale, ma la velocità nel destreggiarsi nei meandri della burocrazia per ottenere rapidamente le autorizzazioni necessarie per svolgere i lavori. Di conseguenza, pochi architetti, quelli più abili e scaltri a cavarsela con le incombenze della burocrazia, finiscono per avere in mano la stragrande maggioranza dei lavori disponibili sulla piazza, e per i giovani l’unica soluzione è quella di andarsene a cercare incarichi altrove”.

Magnoli non è tenero nel giudicare l’architettura locale di questo secolo che definisce senza giri di parole “un fallimento, conseguenza del nepotismo che ha fatto perdere alcune grandi occasioni. Per potersi esprimere al meglio, l’architettura ha bisogno di una valenza urbana, e gli edifici che hanno una valenza urbana sono quelli destinati ad un uso pubblico. Ma in un sistema dominato dal nepotismo l’unica speranza per la città è che chi gode delle migliori protezioni sia anche il più bravo”. Spesso, però, le cose vanno diversamente.

L’unica soluzione, aggiunge dunque Magnoli, potrebbe essere rappresentata dal ricorso ai concorsi per assegnare i progetti delle opere pubbliche. “I concorsi rappresentano infatti la massima espressione della democrazia. Il problema è rappresentato dalla composizione della giuria. Nel caso della realizzazione di un ospedale, per esempio, sarebbe giusto che fosse formata da coloro che devono fruire dell’opera: utenti, medici ed infermieri. A Cremona sono già stati effettuati dei concorsi, ma i risultati sono stati puntualmente disattesi. Sarebbe giusto, invece, sull’esempio della Francia, introdurre l’obbligo di realizzare i progetti vincitori. Ciò potrebbe offrire agli architetti giovani la possibilità di emergere”.

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Petracco: “Centro storico da conservare”

Floriana Petracco, docente di architettura al Politecnico di Milano e assessore del Comune di Cremona, ha partecipato al congresso nazionale degli architetti, in programma nei giorni scorsi a Torino. “Mi sembra che a livello nazionale si stia andando nella direzione giusta per promuovere la qualità architettonica - commenta l’assessore - E’ necessario trovare dei modi per aiutare a crescere i giovani, e soprattutto promuovere concorsi a livello nazionale ed internazionale per dare agli architetti la possibilità di cimentarsi in un ambito più allargato”.

Entrando nel dettaglio della situazione locale, Floriana Petracco si dice invece convinta che la strada su cui puntare sia quella della riqualificazione: “Sono specializzata in restaurazione e ritengo che il centro storico di Cremona sia un vero e proprio gioiello che deve essere conservato. A questo proposito bisognerebbe promuovere dei concorsi mirati, mentre troppo spesso si tende alla semplice manutenzione. A breve, comunque, il Comune dovrebbe pubblicare dei quaderni che contengono delle linee guida per razionalizzare gli interventi effettuati in centro”.

La strada da battere, ribadisce infine l’assessore, è quella del concorso: “Un conto sono i concorsi di idee e un conto quelli veri e propri. Per le opere di una certa entità sarà importante arrivare a dei concorsi per la progettazione che prevedano già in partenza la copertura finanziaria, per premiare il progetto migliore e non solo il più economico”.

Articolo pubblicato il 4 ottobre 1999 su Nuova Cronaca

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