“Non chiamateci Brigate Rosse”
Come il leader di Rifondazione Bertinotti, giudica “condivisibili” certi passaggi del documento di rivendicazione del delitto D’Antona, ma subito dopo precisa di non approvare “il metodo”, ovvero l’uccisione del collaboratore del ministro Bassolino, “che danneggia e fa arretrare il movimento antagonista”. Parla così Mario Bini, portavoce del centro sociale cremonese “Dordoni”, che sull’ultimo numero del settimanale “Panorama” è finito nella lista di quelli considerati più intransigenti dalla Digos, insieme a Torino, Bologna, Napoli e Parma, tutti contrari alla svolta moderata che ha caratterizzato altri centri dell’autonomia, a partire dal “Leoncavallo” di Milano.
Una svolta, quest’ultima, che Bini definisce con tono sprezzante “deriva istituzionale”, sottolineando come molti dei leader di questi centri sociali abbiano finito per candidarsi alle elezioni nelle file di qualche partito, perdendo così credibilità e seguito all’interno del variegato movimento degli autonomi. “La vera minoranza sono loro - sostiene infatti Bini - In tutto hanno aderito alla linea moderata solo i centri sociali del nord-est, un paio di Imperia, tre o quattro romani ed il Leoncavallo, che ormai è diventato un’impresa sociale e paga mezzo miliardo di affitto all’anno per la sua sede… Ma a Milano ci sono altri 10 centri sociali che non hanno seguito questo percorso”.
Ma come è possibile che il “Dordoni” sia finito nella lista nera stilata dalla Digos? Bini fa spallucce ed abbozza una risposta: “Saranno venuti al corrente di quello di cui abbiamo discusso nelle ultime riunioni”. Inutile chiedere maggiori particolari, anche se il portavoce del centro sociale precisa che “il nostro obiettivo è quello di uno Stato che sviluppi i suoi rapporti economici non in base al profitto ma in rapporto alle esigenze della società”. In concreto, una società fondata “sulla riduzione drastica dell’orario di lavoro, strumento per la ridistribuzione della ricchezza. Perché la ricchezza esiste, ma l’utile non viene ridistribuito”. Chiara la matrice marxista di questo progetto, qualche dubbio, invece, sulle sue reali possibilità di riuscita. Anche da parte di Bini, che ammette: “Ci vorranno anni, anche perché in questo momento il neoliberismo è forte in tutto il mondo, ma noi vogliamo lavorare per accelerare il processo di distruzione del capitale”.
Di fronte all’equazione centri sociali uguale terroristi, il portavoce del “Dordoni” reagisce negando qualsiasi nesso tra il movimento antagonista e gli ultimi attentati: “Nell’assassinio di D’Antona non vedo neppure la mano dei servizi segreti o della Cia. Sono i sopravvissuti della repressione delle Brigate Rosse degli anni ‘80 che si ripresentano con un progetto politico che noi non condividiamo”. Ma attenzione, quello di Bini non è un rifiuto della violenza in assoluto, soltanto di un certo tipo di violenza: “Come persona io sono pacifico ma non ritengo che il pacifismo sia uno strumento politico vincente. La violenza è uno strumento di lotta e di autodifesa, necessario in alcune fasi storiche”.
E, per rafforzare il concetto, Bini fa l’esempio di Che Guevara e del subcomandante Marcos, figure mito di una parte della sinistra, ma cita anche la rivoluzione d’ottobre e quella francese, “tutti momenti in cui si è reso necessario il ricorso alla violenza. Il rivoluzionario, infatti, non può essere un pacifista perché deve combattere la violenza delle istituzioni, la violenza delle bombe, la violenza dei diritti negati. Non crediamo che ci possano essere dei cambiamenti accettando le regole della democrazia borghese. Il movimento antagonista ha fatto però una scelta contro la lotta armata già 20 anni fa. La lotta armata, infatti, negli anni ‘70 ci è costata sia in termini di repressione che di smantellamento. Noi siamo invece per la lotta di massa, che deve partire da un profondo dibattito politico e da un’analisi delle condizioni sociali, che sono mutate tantissimo negli ultimi anni”.
Per il portavoce del “Dordoni” “occorre investire nella società reale, fare politica tra la gente, perché c’è poco da sperare dalla democrazia di delega: noi crediamo soltanto nella democrazia diretta”. Bini, inoltre, rivendica il ruolo dei centri sociali “come freno alla deriva razzista e xenofoba della società e come luoghi di aggregazione, basata sull’aspetto musicale e culturale, e di ricomposizione di classe, passando attraverso il dibattito politico”, il tutto articolato facendo ricorso ai mezzi di comunicazione più moderni, da Internet alla posta elettronica, e a quelli più tradizionali, come la rivista teorica “Vis à vis”, con redazione a Bologna e pubblicazione a cadenza semestrale, e il giornale a diffusione nazionale “Per l’autonomia di classe”. Non mancano riunioni, convegni e campeggi estivi: quello dello scorso anno, in Puglia, aveva come obiettivo proprio la Nato, protagonista negli ultimi due mesi e mezzo della campagna contro la Serbia di Slobodan Milosevic.
Inevitabile, a questo proposito, parlare della guerra in corso nei Balcani, che sarebbe in qualche modo uno dei fattori all’origine delle ultime azioni terroristiche compiute sul nostro territorio. Per Bini, intervistato prima che trapelasse la notizia del voto con cui il parlamento serbo ha di fatto accettato le condizioni imposte dalla Nato, “il fine di questo conflitto è quello di destabilizzare l’intera area, a vantaggio degli Stati Uniti. Per natura sono contro la guerra come tale, perché utilizzata per uccidere milioni di individui. Nel caso della Jugoslavia, i conflitti etnici sono presenti da anni, ma è assurdo dire che per fermarli bisogna bombardare il Kosovo. Gli attacchi contro la Serbia violano la costituzione italiana, le regole del diritto internazionale ed il trattato costitutivo della stessa Nato, creata con scopi esclusivamente difensivi. Per questa ragione chiediamo che il governo neghi l’autorizzazione per l’utilizzo delle basi Nato in Italia: basterebbe questa decisione per bloccare i bombardamenti, e per spingere il governo a prenderla è necessario un movimento forte contro la guerra”.
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Quattro anni di occupazioni, così è nato il “Dordoni”
Il centro sociale “Dordoni”, la cui sede si trova all’interno dell’area del Foro Boario, è nato circa quattro anni fa, a conclusione di altrettanti anni caratterizzati dall’occupazione da parte degli autonomi di diversi stabili della città, in via Cadore, in via Filzi, alla ex centrale del latte ed a Palazzo Duemiglia.
Mario Bini, attivo all’interno del movimento antagonista da una ventina d’anni, ha vissuto la fase della nascita del centro sociale in prima persona e definisce le occupazioni “uno strumento utile per due motivi: prima di tutto sono servite a noi per riuscire ad ottenere una sede per il nostro centro sociale ed in secondo luogo hanno portato all’attenzione della gente la speculazione e lo stato di abbandono che hanno caratterizzato alcuni edifici non utilizzati di Cremona. Dopo le nostre occupazioni, infatti, la situazione si è sbloccata e per quelle aree è stata trovata una nuova destinazione, ad eccezione della centrale del latte, che però è stata messa all’asta”.
L’ultimo episodio di cui si sono resi protagonisti gli autonomi cremonesi è stato il blitz contro la sede di via Volturno dei Democratici di Sinistra, occupata il 20 aprile scorso per un paio d’ore per protestare contro la posizione assunta dal governo D’Alema a favore dei bombardamenti Nato sulla Serbia.
Articolo pubblicato il 7 giugno 1999 su Nuova Cronaca
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