Lombardi, l’irriducibile dell’Ulivo

Un passato da boy-scout e da ministro della Pubblica istruzione, un presente da ulivista irriducibile, con un’aria da gentleman anglosassone. Si può descrivere così, in sintesi, l’onorevole del Partito Popolare Giancarlo Lombardi, che, dopo Antonio Di Pietro e Reinhold Messner, giovedì scorso ha fatto visita alla redazione di “Cronaca”.

Nonostante le polemiche che negli ultimi mesi hanno spaccato il fronte del centrosinistra, Lombardi si dice convinto della necessità di riproporre l’esperienza dell’Ulivo: “Non sarà semplice rivedere gli equilibri tra le varie forze politiche, ma sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono, e dunque è inutile dilungarci in troppe polemiche, che fanno solo il gioco del Polo”.

Pur essendo un estimatore di Prodi, il deputato dei Popolari non ha però condiviso la scelta dell’ex capo del governo di dare vita ai Democratici, in compagnia di Di Pietro, Cacciari, Bianco e Rutelli: “La sua decisione di creare il partito dell’Asinello e poi di andare in Europa ha creato sicuramente dei problemi, anche se sono contento che sia stato nominato presidente della Commissione Europea. I Democratici, però, sono una creatura strana, che mette insieme personalità con una storia politica e dei riferimenti culturali estremamente eterogenei. Questi nodi sono inevitabilmente destinati a venire al pettine prima o poi”.

Lombardi non sarà candidato alle prossime elezioni europee: “Ho rifiutato di candidarmi per una questione di coerenza morale. Ritengo, infatti, che candidandomi tradirei gli elettori che mi hanno eletto nel parlamento italiano. L’accumulo delle cariche è una vergogna, ma molti politici italiani, da Fini a Bertinotti, passando per Di Pietro, sembrano pensarla diversamente. Mi chiedo solo se e quando troveranno il tempo per partecipare alle sedute del parlamento di Bruxelles. Penso che queste candidature multiple siano il segno di un certo snobismo nei confronti degli organi europei”.

Uno snobismo che, a giudicare dall’affluenza alle urne, sembra essere condiviso anche dall’elettorato italiano: “E’ vero, la gente sembra interessarsi quasi esclusivamente alle elezioni locali e a quelle politiche, non solo in Italia ma anche nelle altre democrazie del continente, eppure si tratta di un atteggiamento sbagliato, perché il parlamento europeo sta assumendo un’importanza crescente. Ormai, infatti, la legislazione in alcune materie è competenza esclusiva del parlamento di Bruxelles, e uno dei problemi di noi parlamentari italiani è rappresentato dalla trasposizione di quelle norme nella nostra legislazione. E’ un dato di fatto che mentre qui da noi in parlamento si parla molto e si produce poco, in Europa si lavora parecchio”.

Le elezioni europee cadono in un momento particolare per il Partito Popolare. Un eventuale insuccesso, infatti, è destinato a portare alle immediate dimissioni dell’attuale segretario Marini, molto criticato per la sua condotta in occasione dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. “Marini ha ragione quando fa riferimento alla famosa promessa di D’Alema - premette Lombardi - ma gli sarebbe bastato scendere in strada e chiedere a venti persone chi fosse il loro candidato ideale tra Ciampi e Rosa Russo Jervolino per capire cosa andava fatto”.

Il parlamentare del Ppi non sembra nutrire molta fiducia nella capacità di Marini di ricucire i rapporti con le altre forze del centrosinistra. Subito dopo aver ribadito fedeltà al proprio leader, ammette infatti che, anche in caso di successo alle europee, il segretario dei popolari resterà al suo posto solo fino al congresso di novembre. Dopo si vedrà.

Anche nel parlamento di Bruxelles i Popolari dovranno affrontare alcune spinose questioni. Come quella che deriva dal fare parte dello stesso gruppo, quello dei Popolari Europei, di Berlusconi, del quale sono invece avversari in Italia. Un paradosso avvertito da Lombardi: “Il bipolarismo europeo non segue lo schema italiano. Per questo sono stato firmatario di una proposta per dar vita ad un gruppo dell’Ulivo europeo, che possa accogliere, per esempio, i laburisti di Blair, molto più vicini alle nostre posizioni rispetto a quelle dei socialisti”.

Articolo pubblicato il 31 maggio 1999 su Nuova Cronaca

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