Euro di nome e di fatto
Come recita il latino, “in nomina sunt homina”, ovvero nei nomi è il destino degli uomini. Questo è certamente vero nel caso del cremonese Euro Paulinich, uno dei circa 800 italiani che, dopo la decisione presa dai paesi membri dell’Unione Europea, si sono ritrovati con lo stesso nome della nuova moneta unica del continente. Paulinich, infatti, è un convinto europeista che ha accolto con soddisfazione il varo del suo omonimo euro.
“Il nome mi crea un po’ di imbarazzo, ma solo quando amici e conoscenti precedono il mio arrivo dicendo ‘Ecco, arriva l’Euro’. Mi auguro - spiega - che quello della moneta unica sia solo un prologo, dopo anni intrisi dal sangue delle guerre mondiali. Spero che sia il primo passo verso un’Europa più unita non solo sul piano economico, ma soprattutto dal punto di vista sociale e politico. Il nostro continente, con il suo passato coloniale, ha molti debiti nei confronti di altri popoli e, se riuscirà a superare definitivamente la bellicosità che lo ha diviso per molti secoli, potrà esercitare un ruolo molto importante. Non si tratta di cancellare tutte le diversità: è giusto mantenere la nostra identità, ma allo stesso tempo è necessario rinunciare a qualcosa per stare insieme”.
Le convinzioni di oggi sono la conseguenza delle esperienze vissute sulla propria pelle nel passato. Nato nel 1943 a Fiume, città immersa nel melting pot, il crogiuolo culturale mitteleuropeo, ma ribattezzata durante la seconda guerra mondiale il “silurificio d’Europa” (e per questo bombardata senza tregua dalle forze alleate), Euro alla fine del conflitto emigrò a Cremona insieme alla famiglia. “Non siamo stati cacciati da Fiume, ma abbiamo deciso di andarcene perché restando avremmo dovuto accettare delle leggi che non eravamo preparati ad accettare: le nuove autorità volevano imporre un’integrazione forzata delle diverse comunità, così siamo partiti”.
Con il senno di poi il suo nome assume un significato particolare, ma i genitori decisero di chiamarlo Euro per semplice casualità. Dietro la loro scelta non si celava il sogno di un’Europa unita, anche perché, continua lo stesso Paulinich, “nessuno a quei tempi, con tutti quei morti e quelle guerre, poteva immaginare qualcosa come un’Unione Europea”. Poi, sorridendo, aggiunge: “Sono stato un Euro ‘ante litteram’, ma questo nome era molto comune nell’area di Fiume nel periodo della guerra. Mia madre, quando era incinta di me, un giorno del 1943 aveva incontrato un uomo che le aveva preannunciato la nascita di un maschio. Il figlio di quell’uomo era in guerra e si chiamava Euro, e i miei genitori quando nacqui decisero di chiamarmi così. Secondo la mitologia greca, Euro è il nome di uno dei venti che si trovano nel ventre di Eolo e soffia da sud-est. A dire il vero, al momento di battezzarmi anche il prete espresse qualche perplessità perché il nome non figurava nel prontuario dei santi, così mi venne dato un secondo nome, Giuseppe, ma tutti mi chiamano Euro. Dubito perfino che mia moglie sappia che ho un secondo nome…”.
I nomi fuori dalla norma sembrano comunque una prerogativa della famiglia Paulinich. Euro e la moglie, infatti, hanno chiamato i loro due figli Igor e Alexis. Anche nel loro caso, precisa Euro, nessuna motivazione politica o ideologica all’origine della scelta: “Ci piaceva l’accostamento con il cognome. Igor è un nome poetico che compare spesso in molte opere russe, e Alexis è una deformazione orientaleggiante di Alessandro. Anche il patriarca ortodosso si chiama così. Qualcuno, però, lo scambia spesso per un nome femminile, mutuato da qualche telefilm americano”.
Arrivato a Cremona nel 1946, in mezzo secolo di permanenza Euro Paulinich ha imparato ad apprezzare la tranquillità della piccola città di provincia. Oggi lavora presso l’Azienda Sanitaria Locale come direttore chimico di primo livello ed è presidente del Gruppo Leonardo: “Dopo essermi laureato, ho lavorato per un certo periodo a Milano come chimico industriale. Il lavoro mi piaceva moltissimo e la scelta di passare a Cremona è stata sofferta, ma non mi piace il ritmo frenetico delle metropoli. Di Cremona, poi, ho un ottimo ricordo dell’accoglienza che ricevemmo nel dopoguerra. Queste sono cose che non si dimenticano, anche se certe volte mi piacerebbe che i cremonesi avessero più iniziativa, più dinamismo, senza arrivare agli atteggiamenti nevrotici della metropoli”.
Euro non ha dimenticato neppure Fiume, la città dove è nato. Ci è tornato per una settimana durante il viaggio di nozze, negli anni Settanta, “quando il carisma di Tito riusciva a tenere unite tante culture diverse”. Ci è tornato di nuovo l’anno scorso, ma l’ha trovata diversa da quella che conosceva: “Ho voluto portarci i miei figli e mi è sembrata una città etnicamente purificata, segnata profondamente dalla guerra che ha spaccato la Jugoslavia. Non c’erano più bosniaci, musulmani…”.
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Da Dachau alla Cremonese
C’è anche lo zampino della Cremonese nell’arrivo della famiglia Paulinich a Cremona, dopo la seconda guerra mondiale. Il primo Paulinich ad arrivare fu Claudio, fratello del padre di Euro, Ottorino. Claudio giocava a calcio come dilettante e segnalò alla Cremonese il fratello, che insieme a lui disputò alcuni campionati con la maglia grigiorossa, proseguendo poi la carriera con Udinese e Treviso, prima di appendere le scarpette al chiodo intorno alla fine degli anni Cinquanta.
Entrambi i fratelli erano stati internati dai tedeschi nel campo di concentramento di Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera, tra l’ottobre del 1944 ed il maggio del 1945. “Pur non stando dalla parte dei tedeschi, non erano agitatori o provocatori - racconta Euro Paulinich - Erano ragazzi giovani che volevano semplicemente vivere la loro vita. Ma i tedeschi avevano paura che potessero arruolarsi con i ribelli, perciò li deportarono a Dachau”.
Sulla falsariga del film “Fuga per la vittoria”, la leggenda narra che i due Paulinich si guadagnarono la salvezza anche grazie alla loro dimistichezza con il pallone. Una versione dei fatti accolta con scetticismo da Euro, che spiega: “Quando tornò a casa, mio padre pesava 37 chili. Dubito che in quelle condizioni potesse permettersi di giocare a calcio”.
Articolo pubblicato l’8 gennaio 1999 su Nuova Cronaca
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