I Fogliazza, tre generazioni di contestatori
Una famiglia cremonese, tre generazioni, e una caratteristica in comune: la tendenza ad esporsi in prima persona per difendere le proprie idee. E’ questa la peculiarità dei Fogliazza. Enrico, 78 anni, nella primavera del ’44 scelse di intraprendere la lotta armata contro il fascismo, combattendo in Val di Susa al fianco del comandante Amedeo Tonani, nome di battaglia “Deo”, ucciso dalle truppe nazi-fasciste poco prima della liberazione. Dopo la guerra, Enrico si schierò dalla parte dei contadini per difendere le loro rivendicazioni e a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 sedette per due legislature in parlamento, eletto nelle liste del Partito Comunista.
Suo figlio Amedeo, detto Deo, classe 1949, ereditò il nome proprio da quel giovane comandante partigiano, con cui suo padre aveva intrecciato uno stretto rapporto di amicizia e di fratellanza, e nel ’68 fu uno dei protagonisti della contestazione studentesca. Michele, 17 anni, nipote di Enrico e figlio di Deo, è invece uno dei giovani che hanno coordinato la protesta studentesca di questo periodo nei confronti delle radicali riforme volute dal ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer, in particolare in opposizione al nuovo esame di maturità e al disegno di legge sulla parità scolastica tra istituti pubblici e privati.
Pochi giorni fa Michele, che frequenta il quarto anno ed è rappresentante d’istituto del liceo scientifico, insieme a una dozzina di altri studenti ha occupato con un blitz pacifico i locali della sua scuola. L’occupazione è durata un giorno soltanto. Gli studenti ribelli, infatti, hanno accettato di interromperla dopo aver ricevuto conferme a proposito di una visita di Berlinguer in città. La visita, che dovrebbe avvenire in gennaio, costituirà l’occasione per una discussione con il ministro sui contenuti della riforma che ha rivoluzionato il mondo della scuola.
Quello dei tre Fogliazza è dunque un pedigree che sembra giustificare la definizione di “famiglia di contestatori”. Una definizione di fronte alla quale loro reagiscono irrigidendosi, senza tuttavia negare l’evidenza: un partigiano, un sessantottino e un leader studentesco in erba, rappresentano senza dubbio più di una semplice coincidenza.
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Kiro, il partigiano contro la dittatura
A 78 anni, Enrico Fogliazza ha da tempo superato il periodo della giovinezza e della lotta partigiana. Ad animarlo, però, è sempre lo stesso spirito che un giorno della primavera del 1944, quando aveva 24 anni, lo spinse ad abbandonare la sua città, la sua famiglia e l’impiego come centralinista alla Banca Popolare, per prendere un treno che lo avrebbe portato in prima linea nella lotta contro il fascismo. Un viaggio pieno di insidie che per molti italiani si rivelò senza ritorno.
Di fronte alla definizione dei Fogliazza come “famiglia di contestatori”, Enrico, che una volta entrato a far parte delle truppe partigiane aveva adottato il nome di battaglia “Kiro”, sorride un po’ imbarazzato, azzarda una smentita, ma alla fine ammette di essere orgoglioso del nipote Michele, che si sta dando da fare alla testa del movimento degli studenti cremonesi. Così come è stato orgoglioso del figlio Deo, quando alla fine degli anni ’60 aveva scelto di schierarsi in prima linea nei movimenti di contestazione studentesca, contro il rigido sistema scolastico dell’epoca, ma anche contro la guerra del Vietnam.
A motivare il suo atteggiamento iniziale è l’istinto protettivo del nonno, che vuole fare da scudo al nipote contro i pericoli derivanti dall’esporsi in prima persona. Ma poi prevale la voglia di parlare: del suo passato, dei giovani di oggi, di quelli della sua generazione, e delle battaglie che vuole continuare a portare avanti in nome delle sue idee.
A proposito di Michele si limita ad esprimere la propria soddisfazione nel vederlo impegnato per qualcosa in cui crede, e concede: “E’ evidente che le sue posizioni attuali sono state in parte condizionate dal fatto di vivere in una famiglia come la nostra, e spesso discutiamo insieme delle questioni di cui si sta occupando”.
Il suo discorso, però, si fa quasi subito più generale. Rispetto a molti suo coetanei, per esempio, Kiro sembra nutrire molta più fiducia nei confronti dei giovani: “Non sono come noi – spiega – La mia generazione non aveva senso critico. Eravamo tutti cresciuti sotto il fascismo, che ci ha fatto il lavaggio del cervello, facendoci credere ciò in cui voleva che credessimo. Sono state le tragedie e i disastri della guerra ad aprire gli occhi a me e alla maggioranza degli italiani. In Val di Susa io e i miei futuri compagni partigiani ci siamo andati da balilla inesperti. Abbiamo dovuto cominciare di nuovo da zero, organizzarci. Ricordo di aver frequentato i primi corsi di storia, della vera storia, nelle baite di montagna”.
Dopo aver precisato che a lui “i movimenti giovanili fanno sempre piacere”, Kiro non risparmia però qualche critica agli studenti di oggi: “Nel ’68 il movimento studentesco aveva obbiettivi più ampi di quello di oggi. Non c’erano solo i problemi della scuola da risolvere, ma anche grandi questioni internazionali, come la guerra del Vietnam. Mio figlio, per esempio, partecipò alla marcia per la pace contro quella guerra. Era partito per andare a Milano un giorno solo, ma ritornò a casa dopo un mese. Nel frattempo ho dovuto raggiungerlo per portargli dei vestiti di ricambio”. E mentre lo dice si capisce che non gli è costato neanche un po’.
“Oggi – continua – ho l’impressione che gli studenti siano un po’ chiusi in se stessi. I bombardamenti sull’Iraq, per esempio, hanno fatto emergere ancora una volta la grande disunità dell’Europa, ma gli studenti su questo tema non hanno fatto sentire la loro opinione”. Un comportamento che, secondo Kiro, si può spiegare come conseguenza di quanto accaduto alla fine degli anni ’80, quando la caduta dei regimi comunisti ha rivelato la realtà, offuscando i miti e gli idoli in cui avevano creduto generazioni di persone, ma mettendo a nudo anche i limiti del sistema capitalistico. Di conseguenza, “gli studenti hanno abbandonato le grandi questioni ideologiche per dedicarsi a problemi più pratici”.
Ciò che rimane fondamentale, però, è “la salvaguardia della memoria storica”. Così anche Enrico Fogliazza, come il nipote Michele, avanza una richiesta al ministro Berlinguer. Una richiesta già formulata nel corso di una serie di incontri tenuti a Crotta d’Adda in ottobre, sul tema della prima e della seconda guerra mondiale: “C’è troppa ignoranza riguardo agli avvenimenti di questo secolo – spiega Kiro – Il ministro Berlinguer dovrebbe riempire questo preoccupante vuoto introducendo nelle nostre scuole l’insegnamento della storia del 1900. Come esistono associazioni di volontariato che si occupano di persone che soffrono di varie malattie, si dovrebbe inoltre far nascere un’associazione per la divulgazione e la conoscenza della memoria storica, senza la quale non ci può essere futuro”.
Proprio per contribuire alla salvaguardia della memoria storica, nel 1985 Kiro ha pubblicato un libro, “Deo ed i cento cremonesi in Val Susa”, in cui racconta la sua esperienza di partigiano. Un libro dedicato, tra gli altri, ai suoi nipoti e a tutti i giovani. Ma anche le pareti ed ogni arredo della sua casa trasudano di memoria storica, grazie agli innumerevoli dipinti ed alle sculture realizzate dalla moglie, Maria Pellini, nell’arco di 40 anni. Opere che riproducono con notevole efficacia visiva scene caratteristiche della guerra partigiana e della vita contadina. Un pezzo di passato che non esiste più, ma che vale la pena ricordare.
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Deo e Michele, il sessantottino e lo studente della “Pantera”
Come il nonno, Michele Fogliazza, rappresentante d’istituto del liceo scientifico e protagonista dell’occupazione della scorsa settimana, liquida la questione della “famiglia di contestatori” con una battuta: “Un po’ di influenza su di me la mia famiglia l’avrà avuta senz’altro. In questo caso, però, loro mi hanno consigliato di non espormi troppo, ma io sento il bisogno di dire che non mi piace come vengono educati gli studenti”.
Come molti suoi coetanei, invece, mostra un approccio molto pragramatico rispetto ai problemi della scuola: “Prima delle riforme volevamo essere interpellati ed essere informati. Dopo le prime manifestazioni abbiamo dato una scadenza di 20 giorni prima di intraprendere nuove iniziative. Durante quel periodo non abbiamo ricevuto risposte soddisfacenti in merito alle questioni per cui ci battiamo: nuova maturità, parità scolastica, statuto degli studenti, così abbiamo deciso di scioperare. La decisione di occupare lo scientifico è stata presa perché è la scuola che ha aderito in modo più consistente alla protesta, ma siamo stati costretti ad occupare perché attraverso le altre forme di protesta non abbiamo ottenuto nulla”.
A differenza di molti suoi coetanei, Michele sfoggia anche una notevole abilità nell’affrontare le tematiche legate al mondo scolastico. Del resto, oltre che essere rappresentante dell’Aselli per il secondo anno consecutivo, è anche presidente del Comitato degli studenti, l’organismo non (ancora) riconosciuto ufficialmente che raggruppa tutti i rappresentanti d’istituto, e fa parte della Consulta degli studenti: “L’occupazione è stata sospesa perché vogliamo dare un’altra possibilità a Berlinguer di venire a Cremona. L’aveva già promesso in passato, ma poi non ha mantenuto la parola. Sabato scorso abbiamo incontrato il presidente della Provincia Corada, che si è offerto di fare da tramite con lui. Speriamo. Se Berlinguer non si presenterà neanche questa volta, vorrà dire che occuperemo il liceo di nuovo… La mia paura, però, è che tirino le cose per le lunghe fino a rendere inutile la protesta. Il nocciolo della questione è questo: le riforme hanno bisogno di tempo per essere assorbite. Occorre dare agli studenti l’opportunità di essere informati adeguatamente”.
Rifiuta ogni etichetta politica, Michele, che a questo proposito precisa: “Apprezziamo l’aiuto dei partiti, a patto però che non prendano il sopravvento sugli studenti. Da questo punto di vista, i blitz di Azione Giovani davanti alle scuole non sono stati corretti, perché sono stati organizzati all’insaputa della maggioranza degli studenti”. Respinte al mittente anche le accuse di verticismo e di accentramento del potere: “Nel Comitato degli studenti c’è spazio per tutti, non si tratta di un organo segreto”.
Tornando sul tema dell’occupazione dello scientifico, Michele sottolinea il modo in cui è avvenuta: “Siamo entrati a scuola la sera, poco prima della chiusura, e il preside e i professori sono stati ammessi all’interno. A differenza di quanto accaduto in altre città, non siamo partiti subito dall’occupazione, ma l’abbiamo attuata solo dopo che tutte le altre forme di protesta non avevano prodotto risultati. E tutto si è svolto in modo pacifico”.
Pacifico come un altro episodio raccontato dal padre di Michele, Deo, studente dell’Itis negli anni caldi della contestazione. Era il 20 novembre del 1968, e Deo si trovò alla testa di un corteo formato da circa 10mila studenti, che da piazza Roma attraversarono la città fino a giungere davanti al Provveditorato, dove fu accolta una loro delegazione. Mentre la riunione era ancora in corso, la polizia minacciò di disperdere la folla con la forza. Non fu necessario, però, perché Deo, che voleva evitare uno scontro violento tra gli studenti e le forze dell’ordine, con il megafono segnalò la fine della manifestazione.
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Il 1968 a Cremona, tra slogan e cortei
E’ l’anno della contestazione giovanile. A maggio il movimento inizia nelle università di Parigi e in ottobre cominciano le prime iniziative a Cremona. Per la storia la data ufficiale delle agitazioni degli studenti medi superiori è quella del 5 ottobre 1968, quando nel “Salone dei mutilati” di via Beltrami avviene la prima assemblea del “Comitato di agitazione studentesco medio e universitario” del quale faceva parte Deo Fogliazza.
Il 9 novembre avviene una tavola rotonda presso l’Istituto magistrale organizzata dal giornale della scuola “Gruppo ’66”. Tre giorni dopo un’altra assemblea è organizzata al Cittanova. Ma la manifestazione più massiccia, con la presenza di oltre seimila studenti, avviene per le strade e le piazze del centro cittadino.
Si tratta di uno sciopero che dura due giorni, giovedì 21 e venerdì 22 novembre, attuato per rivendicare il diritto a convocarsi in assemblea. Il provveditore agli studi, Vero Grimaldi, dopo essersi consultato con i presidi dei vari istituti, accoglie la richiesta studentesca e concede l’assemblea.
Articolo pubblicato il 21 dicembre 1998 su Nuova Cronaca
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GRAZIELLA FOGLIAZZA scrive,
27 dicembre 2010 @ 18:02
MIO NONNO SI CHIAMAVA ENRICO FOGLIAZZA.