Ogm, altolà degli ambientalisti

Forse per esorcizzare il timore che la maggioranza dei consumatori respinga i prodotti realizzati attraverso manipolazioni genetiche, tutte le multinazionali del settore si affrettano ad elencare i settori in cui il loro utilizzo ha già fatto registrare importanti progressi, come la medicina, l’industria e, appunto, l’agricoltura. A questo proposito Celestino Spalla, autore del libro “Le biotecnologie in Italia e nel mondo”, edito da Federchimica-Assobiotec, sostiene che l’aumento consistente della popolazione mondiale, previsto per il nuovo secolo, “richiederà un aumento della produzione da 2 a 5 tonnellate per ettaro”. All’inizio degli anni Sessanta, per ogni persona nel mondo c’era infatti quasi mezzo ettaro di terra. Entro il 2010 ne avremo solo un quinto a testa.

Ma neppure dati apparentemente così convincenti hanno persuaso gli ambientalisti ad abbassare la guardia. La preoccupazione principale è che le manipolazioni genetiche dei prodotti alimentari finiscano per provocare effetti imprevedibili e dannosi per l’uomo e la natura nel suo complesso. La soia prodotta dalla Pioneer Hi-bred, per esempio, pur essendo più nutriente, grazie all’introduzione di un gene della noce di cocco, ha provocato parecchi casi di allergia, tanto che l’azienda è stata costretta a ritirare il prodotto dal mercato. Altri sottolineano come alcuni geni rilasciati da piante manipolate potrebbero trasferirsi su specie selvatiche, che finirebbero per acquistare la resistenza ad insetti ed erbicidi, provocando così danni notevoli all’ecosistema e rendendo obbligato il ricorso a prodotti sempre più potenti per eliminarle.

I fautori delle tecniche transgeniche negano l’esistenza di questi rischi, ma l’atteggiamento poco trasparente di buona parte del settore non aiuta certo a dissipare i dubbi. Dubbi che trovano un ulteriore motivo di allarme nella fortissima fase di espansione che caratterizza la biotecnologia in questo momento: con gli utili che salgono alle stelle e la legislazione che stenta a tenere il passo con i progressi della scienza, il rischio è che i principi morali finiscano per soccombere a vantaggio di considerazioni puramente economiche e a discapito della salute dei consumatori.

Intanto, mentre agli agricoltori italiani è ancora precluso il ricorso ai prodotti transgenici, in attesa che le sperimentazioni in corso dimostrino la non nocività per l’uomo degli alimenti ottenuti attraverso la biotecnologia, sulle nostre tavole arrivano già molti cibi che contengono ingredienti derivati da piante modificate. Il problema è che non possiamo sempre sapere quali, perché la presenza di ingredienti transgenici va indicata solo se ci sono differenze tra il nuovo prodotto e quello tradizionale. Se il processo di lavorazione cancella le tracce degli ingredienti modificati in laboratorio, non è pertanto obbligatorio segnalarne l’origine. Migliaia di prodotti potranno così sfuggire alla etichettatura.

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Miravalle (Monsanto): “Il via libera entro il 2000″

Stando alle previsioni di Roberto Miravalle, direttore tecnico di Monsanto Italia presente ieri a San Martino in Beliseto, gli agricoltori italiani che vogliono utilizzare semi transgenici non dovranno attendere per molto: “In base alle direttive comunitarie - ha spiegato Miravalle - tutte le nuove varietà di mais devono sottostare ad un processo di registrazione della durata di due anni, che è di competenza delle regioni. In Italia questo processo non è stato ancora completato, ma se non ci saranno lungaggini legislative, entro il 2000 queste limitazioni verranno a cadere e gli agricoltori potranno usare il mais Bt liberamente”.

L’entusiasmo nei confronti degli Ogm (Organismi Geneticamente Modificati) per il momento, però, viene soltanto sussurrato dagli addetti ai lavori. Gli agricoltori, infatti, sono consci delle perplessità che parte dei consumatori nutrono nei confronti della manipolazione genetica dei cibi. Un esempio della confusione e dell’incertezza che regna nel settore lo ha fornito la Kellogs, che commercializza prodotti a base di cereali. Nell’ipotesi che il mercato europeo potesse respingere i prodotti transgenici, la multinazionale aveva infatti preso in considerazione l’opportunità di utilizzare alcuni terreni in Italia, e anche nella nostra provincia, per coltivare cereali in maniera tradizionale, in alternativa alle coltivazioni del Sudamerica, dove le tecniche della manipolazione genetica sono ormai largamente utilizzate. In seguito, però, tutti i piani dell’azienda sono stati rivoluzionati, e la Kellogs ha addirittura finito per chiudere lo stabilimento che aveva aperto in pompa magna a Verolanuova solo 18 mesi prima.

Articolo pubblicato il 30 ottobre 1998 su Nuova Cronaca


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