La genetica sbarca in tavola

L’idea di nutrirsi con cibi modificati geneticamente da scienziati in camice bianco non è delle più tranquillizzanti. Per questa ragione l’arrivo delle biotecnologie nell’allevamento e nell’agricoltura è stato accompagnato da questa parte dell’Atlantico dal sospetto degli ambientalisti e dalla diffidenza di buona parte dei consumatori. Piaccia o meno, però, l’impiego delle tecniche di manipolazione genetica nelle coltivazioni agricole in Italia sembra ormai soltanto una questione di tempo. Nel mondo sono ormai 12,4 milioni gli ettari di terreno coltivati con piante transgeniche, ma mentre negli Stati Uniti la biotecnologia è ormai una realtà accettata (o sopportata), nell’ambito dell’Unione Europea è stata rallentata dall’emanazione di alcune direttive comunitarie che prevedono una serie di controlli per verificare con certezza che non rappresenti un rischio per l’uomo, prima che ne venga autorizzato l’impiego.

Il termine biotecnologia sta ad indicare “semplicemente” l’utilizzo di organismi viventi per creare o modificare prodotti, alterando in laboratorio l’identità genetica di piante o animali. In campo vegetale le manipolazioni genetiche vengono usate per produrre piante resistenti a insetti e malattie, e sono stati anche i significativi successi ottenuti in questo senso a fare della biotecnologia un settore in fortissima espansione. Dati pubblicati da BIO, l’organizzazione dell’industria della biotecnologia, mostrano infatti che le vendite del settore sono aumentate in modo consistente nel corso del 1997, raggiungendo i 13 miliardi di dollari. Il segmento di mercato che ha registrato l’impennata più consistente è stato proprio quello dell’agricoltura, con un aumento delle vendite rispetto al 1996 pari al 30 per cento.

In una provincia come la nostra, dove l’agricoltura ha sempre giocato un ruolo fondamentale, era inevitabile che la biotecnologia suscitasse vivo interesse tra gli addetti ai lavori, preoccupati di accusare i colpi della competitività internazionale. Così alla fine le nuove tecnologie transgeniche sono sbarcate anche nel cremonese. A portarcele è stato Monsanto, un colosso del settore della chimica e delle biotecnologie che ha chiuso il 1997 con un giro d’affari di 7,5 miliardi di dollari ed un utile netto vicino ai 300 milioni di dollari. Nelle campagne del cremonese da due anni a questa parte la multinazionale sta effettuando dei test, in collaborazione con l’Istituto delle Scienze della Nutrizione Animale della facoltà di agraria di Piacenza, per valutare il possibile impiego delle biotecnologie in Italia. Proprio ieri pomeriggio, presso l’azienda agricola Mazzolari di San Martino in Beliseto, sono stati mostrati i risultati di una sperimentazione condotta dalla Monsanto, coltivando fianco a fianco mais tradizionale e mais Bt, i cui semi sono stati modificati geneticamente per uccidere le larve di piralide, una farfalla che in base a calcoli prudenti è responsabile della distruzione di almeno 40 tonnellate di mais ogni anno, pari al sette per cento della produzione mondiale.

Il mais Bt deve il suo nome ad un batterio del terreno chiamato Bacillus Thuringiensis, le cui caratteristiche di tossicità per la piralide sono state inserite nel codice genetico della pianta, mediante la ricombinazione del Dna. Con risultati incoraggianti. E’ sufficiente, infatti, mettere a confronto mais Bt con mais tradizionale per rendersi conto dell’eccezionalità del primo rispetto al secondo: le pannocchie e i fusti delle piante modificate appaiono più sane e forti di quelle normali, mangiucchiate dalle larve di piralide. Ovvio, dunque, che molti agricoltori cremonesi, mentre in Spagna e in Francia il mais transgenico ha già ricevuto il via libera dalle autorità, fremino perché qualcosa di analogo accada anche nel nostro paese.

Articolo pubblicato il 30 ottobre 1998 su Nuova Cronaca


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