Dalla parte dei semi transgenici

“Un rischio da un punto di vista generale esiste sempre nel campo delle scienze. Si è corso un rischio anche quando è stato inventato il coltello, perché il coltello può servire a tagliare il pane, ma può essere utilizzato anche per uccidere una persona”. Il professor Vittorio Bottazzi, che si occupa di biotecnologia applicata agli animali produttori di latte per l’Università Cattolica, spiega con questa battuta il suo sostegno alla ricerca nel campo delle biotecnologie.

In pratica, per il professore i vantaggi derivanti dalle tecniche di manipolazione genetica superano di gran lunga i possibili rischi: “Si tratta di tecnologie estremamente interessanti e di grande importanza pratica. Nel caso delle nuove tecniche applicate all’agricoltura, per esempio, se si riuscisse a rendere più resistenti le piante, si potrebbe salvare una parte consistente dei raccolti che ogni anno vengono distrutti dalle larve della piralide”. I risultati raggiunti dalla ricerca, spiega Bottazzi, “sono già ad uno stadio avanzato per quanto riguarda i microorganismi, mentre quelli che si occupano degli animali sono proiettati più avanti nel tempo. In ogni caso, noi cerchiamo di sfruttare a fini utili per l’uomo dei processi microorganici che avvengono già in natura”.

Come altri ricercatori del settore, anche il professor Bottazzi è conscio dei problemi creati dall’assenza di una normativa ufficiale che crei uno spartiacque tra ricerche biotecnologiche lecite ed illecite: “E’ necessario che il legislatore intervenga in questo campo, ma deve trattarsi di un intervento chiaro, che non lasci spazio alle interpretazioni. In Università Cattolica noi operiamo nel rispetto della persona umana. A mio avviso sono tre i settori della ricerca biotecnologica che vanno salvaguardati: quello che si prefigge come scopo la produzione di più alimenti e di alimenti più completi dal punto di vista nutritivo, perché la popolazione mondiale sta aumentando, ma le risorse a disposizione sono rimaste le stesse e l’umanità ha fame. Quello a scopo terapeutico, che può aiutare nella prevenzione di certe malattie e nell’eliminazione di altre di carattere ereditario, dovute all’effetto di certi geni. E infine quello che trova la sua applicazione nella soluzione dei problemi legati all’inquinamento ambientale”.

Ernesto Cervi Ciboldi, titolare di un’azienda agricola a Luignano, nei pressi di Sesto, è uno degli agricoltori cremonesi che hanno potuto osservare da vicino i risultati consentiti dalla biotecnologia. Una parte dei terreni della sua azienda, infatti, è stata utilizzata già a partire dal 1997 dai ministeri della Sanità e dell’Agricoltura per effettuare delle prove di valutazione delle tecniche di manipolazione genetica del mais. I risultati per Cervi Ciboldi sono inequivocabili. I semi di mais Bt, infatti, nella sperimentazione effettuata l’anno scorso hanno mostrato un aumento del rendimento del terreno pari al 30 per cento: ogni ettaro di terreno coltivato con semi di mais Bt ha reso 40 quintali in più rispetto a quelli nei quali è stato utilizzato mais tradizionale. I risultati delle prove compiute quest’anno, che si sono appena concluse, saranno invece disponibili fra uno o due mesi. Ma per l’agricoltore cremonese “basta vederle per rendersi conto di che razze di piante si tratta. Sono davvero eccezionali”.

L’avvento della biotecnologia nell’agricoltura italiana rappresenta, per Cervi Ciboldi, un passo necessario: “Per gli agricoltori - spiega - l’unica spesa in più sarà costituita dal costo della semente, ma per il resto le piante transgeniche sono più robuste e ci danno anche la possibilità di ritardare semina e raccolto. In altri paesi l’utilizzo di Ogm (Organismi Geneticamente Modificati, ndr) è già consentito, perciò ci ha fatto schiattare di invidia vedere le nostre piante tutte maciullate dalla piralide, mentre quelle sane coltivate con i semi transgenici sono state distrutte perché la loro commercializzazione non è ancora autorizzata”.

Cervi Ciboldi è conscio dei timori che la manipolazione genetica può provocare nell’opinione pubblica, ma, spiega, “sono tre anni che le autorità si oppongono all’utilizzo delle biotecnologie senza neppure sapere il perché. La loro è un’opposizione più di principio che di fatto. I test preventivi, comunque, sono necessari, anche se escludo qualunque pericolo per l’uomo”.

Articolo pubblicato il 30 ottobre 1998 su Nuova Cronaca

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