Cremona suicida

E’ in aumento nella nostra provincia il numero delle persone che cercano di togliersi la vita. I dati preoccupanti resi noti da polizia e carabinieri parlano di 56 tentativi di suicidio a Cremona e provincia, alcuni dei quali purtroppo portati a termine, dall’inizio dell’anno fino a oggi. L’ultimo caso è quello di una donna di Casalbuttano, ricoverata in ospedale la scorsa settimana dopo un volo dalla finestra.

Le circostanze di quest’ultimo episodio non sono ancora state chiarite, e al vaglio degli inquirenti c’è anche l’ipotesi di una momentanea perdita di equilibrio, che avrebbe fatto cadere la donna accidentalmente. In molti casi, comunque, i tentativi di suicidio sfuggono ad ogni rilevazione statistica proprio perché vengono classificati come episodi accidentali. Non è facile capire cosa stia succedendo dalla semplice lettura delle statistiche, ma analizzando il numero dei casi rilevati dai militari dell’Arma, è chiaro che i tentativi di suicidio sono in crescita.

Nel 1995, infatti, erano stati 31, saliti a 38 nel 1996, contro i 37 dell’anno scorso. Nel 1998, pur mancando ancora più di quattro mesi alla fine dell’anno, è già stato eguagliato il tragico primato del 1996. Ai 38 casi registrati finora dai carabinieri, vanno inoltre aggiunti i 18 rilevati dalla polizia, che portano al totale di 56 episodi nella nostra provincia. Dati allarmanti, che sorprendono in un territorio come il nostro, da sempre considerato un tranquillo paradiso del benessere.

L’aumento del numero delle persone che tentano di togliersi la vita non è un fenomeno confinato alla nostra provincia, ma, al contrario riguarda tutto il paese. In base a uno studio del Censis, infatti, dagli anni ‘70 agli anni ‘90 il numero dei suicidi è cresciuto da 5,7 ogni 100mila abitanti fino a 7,2. Il quadro complessivo tracciato dal Censis descrive anche un benessere in crescita. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli sportelli delle aziende di credito, le attività commerciali ed industriali, e gli allacciamenti telefonici di aziende e uffici. Tutti indicatori di un aumento della ricchezza complessiva del paese, secondo il Censis, che poi però rivela come accanto alla ricchezza siano cresciute anche povertà e disagio. Più ricchi, dunque, ma con più poveri, coloro cioè con un reddito inferiore a un milione e 100mila lire mensili, che sono aumentati dal 5,1 per cento fino a raggiungere il 7,8 per cento della popolazione.

Sarebbe errato, in ogni caso, tentare di ricondurre tutti i suicidi a questi dati. Le motivazioni che spingono una persona alla decisione di togliersi la vita possono essere molto diverse. Una delusione amorosa, la solitudine, il desiderio di richiamare l’attenzione di chi sta intorno, oppure il dramma del carcere: tutte possono essere alla radice di un tentativo di suicidio. Difficile trovare un filo conduttore fra tante storie personali. Alcuni ritengono che il silenzio sia il miglior modo per affrontare il problema. Noi no.

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Estate, stagione a rischio

E’ l’estate la stagione a maggior rischio suicidi, e il tentato suicidio sembra essere più diffuso tra le donne e i giovani, anche se le statistiche a questo proposito sono piuttosto confuse. Di certo c’è che ogni giorno in Italia due giovani si uccidono e almeno altri dieci tentano di farlo.

Due persone sono morte, e altre quattro hanno cercato di uccidersi nelle ultime quattro settimane in provincia di Cremona. Il 30 luglio c’ha provato un giovane soresinese, collegando all’abitacolo il tubo di scappamento della sua automobile. Il giorno dopo, una 29enne di Crema ha cercato di uccidersi con dei medicinali e, sempre a Crema, dopo ferragosto un uomo di 64 anni si è ammazzato gettandosi nella tromba delle scale dell’ospedale. Nello stesso periodo una donna 35enne di Agnadello si è impiccata ad un albero, e altre due donne, di 35 e 54 anni, hanno tentato di farla finita a Casalmaggiore e Ostiano ingerendo dei farmaci.

Luigi Chiaravelli, membro del gruppo di coordinamento di Telefono Amico, che da due anni opera nella nostra città, è convinto che alla radice di molti tentativi di suicidio ci sia il senso di progressiva alienazione che caratterizza i nostri rapporti sociali.

“Nella nostra società sta aumentando il distacco tra le persone - spiega Chiaravelli – E’ più difficile fare amicizia e mettersi in relazione con gli altri e non è escluso che questa tendenza all’esclusione sia responsabile di questa voglia di farla finita togliendosi la vita. Fino a oggi a Telefono Amico abbiamo avuto un solo caso di una persona che ha espresso la volontà di suicidarsi. Credo che ciò si spieghi con il fatto che chi si rivolge a noi ha ancora una speranza. Chi ci telefona soffre di solitudine. Non si tratta di una solitudine fisica, ma sociale, e in noi trovano qualcuno con cui parlare dei propri problemi. Di solito si tratta di difficoltà legate all’inserimento nell’ambito lavorativo o alla realtà famigliare. A volte, invece, ci vengono confessati problemi di natura sessuale, per esempio un’omosessualità latente che si fa fatica ad accettare”.

E’ riluttante ad esprimersi sull’argomento Don Attilio Arcagni, parroco di San Pietro, perché “bisognerebbe conoscere meglio le circostanze di ciascun caso per poter dare un giudizio”. Una cosa, comunque, per Don Arcagni è chiara: “La nostra società non riesce ad offrire motivi di speranza, e spesso gli individui con più problemi finiscono per farne le spese. Il fatto che i suicidi ci mettano in difficoltà significa che ci sentiamo in colpa”.

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Ma non è un’epidemia

C’è chi si getta sotto un treno, chi si lancia da un cavalcavia, chi si soffoca con il gas di scarico dell’auto, e chi invece si spara. Le cronache dei giornali sono piene di storie di questo tipo: tanto diverse ma accomunate dalla ricerca della morte.

Nelle pagine del dossier “L’ultimo messaggio”, pubblicato dal Gruppo Abele, i due autori, Enrico Camanni e Mirta Da Pra Pocchiesa, confessano la difficoltà di gettare una luce sul dedalo intricatissimo di quella che viene definita dagli esperti “sindrome suicidaria”. Emerge comunque dalle loro parole una convinzione: il suicidio, che spesso viene considerato un fenomeno estraneo alla “normalità” ed etichettato semplicisticamente come follia, sia piuttosto un evento che può entrare nella storia ordinaria di ciascuno di noi, e che ad agire verso l’autodistruzione non siano soltanto spinte soggettive, ma anche più vaste ragioni di ordine sociale, ambientale, esterno.

Per Alessandro Salvini, docente di psicologia all’Università di Padova, “non c’è una tipologia di quelli che si suicidano. Siamo noi che abbiamo bisogno di trovare una spiegazione perché il fenomeno così ci fa forse meno paura. Ci sono diverse categorie: il suicida eroico, quello per amore… Oggi non si può parlare di una vera e propria epidemia. In alcune epoche, come il suicidio romantico o il suicidio austro-ungarico, si è trattato di comportamenti diffusi e valori condivisi, l’attualità mostra invece una frammentarietà sociale, e una catena di suicidi non si manifesta oggi per comunanza di valori. Semmai si tratta di un caso di disaggregazione. Non si riesce a trovare nella propria storia nessun tessuto narrativo”.

Paolo Crepet ha affrontato il tema nel suo libro “Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio” (Feltrinelli), individuando le radici del problema in una condizione adolescenziale e giovanile fortemente segnata da fattori di disagio e di svuotamento assai presenti nell’attuale contesto sociale ed educativo.

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Come si sceglie di morire

Analizzando il modo in cui una persona sceglie di togliersi la vita, è spesso possibile individuare i meccanismi e i sentimenti che hanno operato nella mente del suicida.

La differenza tra un colpo di pistola sparato alla tempia e l’ingerimento di una quantità di farmaci potenzialmente letale è lampante: nel primo caso il suicida esprime una volontà di morire irrevocabile, che non lascia nessun margine di sopravvivenza e che si esprime di solito attraverso un’azione d’impulso. Nel secondo caso, invece, viene lasciata aperta una possibilità di salvezza. Per ogni suicidio riuscito, vi sono infatti dieci casi nei quali il tentativo di darsi la morte diventa uno strumento per lanciare una richiesta d’aiuto.

Problemi inespressi possono sfociare nel suicidio come modo per richiamare l’attenzione e l’affetto di qualcuno, quella dei genitori, per esempio, o quella della persona amata, ma può anche essere dettato dalla volontà di punirli per qualche mancanza.

Secondo gli psichiatri, inoltre, la scelta di ammazzarsi in modo molto cruento può invece esprimere una forte aggressività verso se stessi o verso gli altri. Aggressività che può essere frutto di un’umiliazione, di una perdita di autostima o del senso di fallimento provato dal suicida. Se questa aggressività non viene controllata o scaricata attraverso altri canali, può trovare un tragico sfogo nella distruzione concreta del proprio corpo.

Articolo pubblicato il 24 agosto 1998 su Nuova Cronaca

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