Crema come il sud? Assurdo
Scordatevi il contratto d’area per Crema e il cremasco. E’ questo, in sostanza, il messaggio lanciato mercoledì mattina dal segretario della Cgil, Sergio Cofferati, ad un incontro con industriali e sindacati della nostra provincia. “Il contratto d’area non è lo strumento giusto per aiutare Crema”. Poche parole che suonano come un epitaffio per le speranze di chi crede ancora nella possibilità che il cremasco venga preso in considerazione per la stipula di un contratto d’area, l’accordo che favorisce gli investimenti delle imprese nelle località italiane meno sviluppate.
A dire il vero, la presenza di una fetta della provincia di Cremona in un elenco che comprende città come Crotone e Manfredonia, alle prese con ben più seri problemi occupazionali, non ha mai convinto fino in fondo. E non convince neppure il segretario nazionale della Cgil, che lo ha detto con franchezza parlando a Palazzo Trecchi sul tema “Contratto d’area, concertazione e politiche per lo sviluppo del territorio provinciale”. Chi, considerate le sue radici cremonesi, si aspettava da Cofferati parole al miele in favore della battaglia combattuta insieme, a livello locale, da imprenditori e sindacati, è rimasto deluso.
Il nodo della questione per la Cgil, come confermato anche dall’intervento del segretario provinciale Maurizio Bassini, sta nel concetto di flessibilità del lavoro. Il sindacato è pronto ad accettare il sacrificio della flessibilità in aree a tasso di disoccupazione elevato, cioè al sud, ma non è disposto a fare la stessa cosa nel nord, e soprattutto in un’area come quella di Crema dove, nonostante la chiusura dell’Olivetti, la disoccupazione è un terzo di quella media nazionale.
Reindustria, il consorzio nato per facilitare la nascita di nuove imprese, però insiste, e qualche giorno fa ha inviato una lettera al governo, ribadendo la richiesta di includere tutto il territorio cremasco nel contratto d’area, ipotizzato per ora per il solo territorio del comune di Crema. Ma attenzione, avverte Cofferati tra il serio e il faceto, perché il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), dopo aver ristretto l’ambito del contratto d’area da tutto il territorio cremasco alla sola Crema, potrebbe restringerlo ulteriormente a qualche quartiere della città.
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Cofferati: “A Cremona state bene ma…”
E’ di Sesto Cremonese Sergio Cofferati, il segretario nazionale della CGIL. Difficile immaginarlo, comunque, assistendo al suo intervento di mercoledì mattina a Palazzo Trecchi. Molto diverso, infatti, il tono del suo discorso rispetto a quelli degli oratori che l’hanno preceduto. Il Cremonese come area produttiva in crisi profonda, nei discorsi di questi ultimi. Cofferati ha invece evitato accuratamente di unirsi al coro dei lamenti, inserendo l’analisi della situazione della nostra provincia in un contesto più ampio.
“Un esterno potrebbe rimanere sorpreso dai toni catastrofici usati questa mattina - ha esordito il leader della Cgil - ma gli indicatori del benessere dicono invece che in provincia di Cremona si sta bene”. Cofferati, però, lancia un avvertimento: “Nel Cremonese si sta bene ma non è scontato che ciò valga per il futuro. E’ in atto, infatti, un processo di impoverimento delle dinamiche dell’economia, mascherato dagli effetti positivi di decisioni di carattere economico prese altrove, nella Lombardia settentrionale e nel Nord-est”.
Impossibile, comunque, per il segretario della Cgil, mettere sullo stesso piano realtà diverse come Crema, Crotone e Manfredonia, e impossibile, di conseguenza, usare gli stessi strumenti per risolvere i problemi che le affliggono. Problemi che, per quanto riguarda il meridione, consistono principalmente in un tasso di disoccupazione ben al di sopra della media nazionale e, in alcune aree, nell’assoluta assenza di realtà produttive, mentre nel caso di Crema, e della provincia di Cremona più in generale, le difficoltà principali nascono da un livello delle infrastrutture inadeguato, che spesso spaventa i potenziali investitori. “Non mi riferisco solo alle infrastrutture ‘pesanti’, come strade e ferrovie - precisa Cofferati - ma anche a quelle ‘alte’ dell’energia e dell’informazione”.
A preoccupare il leader della Cgil è anche il problema dell’alto livello di dispersione scolastica, in aumento nelle regioni settentrionali, perché “anche se la disoccupazione diminuisce, il territorio nel suo complesso si impoverisce perché non c’è personale qualificato. In un’area come Crema, con il 4 per cento di disoccupazione - ha concluso Cofferati - può il sindacato appoggiare la flessibilità lavorativa prevista dai contratti d’area?”. Scontata la risposta negativa: “Il contratto d’area è uno strumento che va utilizzato nelle zone dell’Italia meridionale, dove spesso il tasso di disoccupazione raggiunge picchi del 25 per cento”.
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Maurizio Bassini (Cgil): “Contratto anomalo”
Precariato e bassa scolarizzazione. Questi due dei temi principali affrontati dalla relazione introduttiva di Maurizio Bassini, segretario generale della Cgil di Cremona, all’incontro di mercoledì. “I risultati di una ricerca sulla nostra provincia - ha spiegato Bassini - evidenziano, in modo quasi drammatico, il basso tasso di scolarizzazione dei lavoratori che vengono assunti: nel 60 per cento dei casi si tratta di lavoratori che non sono andati oltre la scuola dell’obbligo. Si registra, inoltre, un forte aumento del lavoro a tempo determinato, quindi un’occupazione sempre più precaria”.
Valutato in quest’ottica, l’ottimismo derivante dai dati provinciali relativi alla disoccupazione ne esce ridimensionato. Il tasso di disoccupazione nel cremonese è del 4,4 per cento, a fronte del 6 per cento in Lombardia e del 12,3 per cento nazionale. Bassini ha sottolineato anche come “viabilità, comunicazioni, trasporti, servizi tecnologici e amministrativi, struttura formativa e credito sono i tasti su cui bisogna agire per creare le vere occasioni di sviluppo e successo dell’area cremonese, emarginata per il momento dai grandi nodi di scambio”.
Il segretario della Cgil cremonese ha poi rivelato i retroscena del ripensamento del suo sindacato sull’ipotesi di un contratto d’area per Crema e il Cremasco. “Un anno fa accettammo l’idea di un’intesa fra tutte le parti sociali, mirata ad ottenere il riconoscimento di contratto d’area. Ipotesi, questa, che si può considerare ancora condivisibile. Il tutto nacque sotto l’incalzare di sollecitazioni a chiudere la discussione in tempi rapidi. Ci veniva continuamente spiegato come la possibilità di successo fosse legata alla nostra rapidità di esecuzione. Così, di corsa e con il fiatone, ci avviammo sulla strada del contratto d’area. Un contratto che abbiamo definito anomalo, come anomala è stata tutta la discussione”.
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Ma il sindaco di Crema crede ancora nell’ipotesi del contratto d’area
Crema come Sarajevo. Almeno all’apparenza. A giustificare il paragone, azzardato durante l’incontro a Palazzo Trecchi dal sindaco della città Claudio Ceravolo, i capannoni dismessi dell’Olivetti, che ancora ricordano ai cremaschi il momento difficile di qualche anno fa, quando la chiusura dello stabilimento dell’azienda di Ivrea lasciò senza lavoro i suoi 700 dipendenti.
Nel corso del suo intervento, Ceravolo ha ricordato “il clima psicologico di grande depressione, di caduta degli dei” di quel periodo a Crema. Clima che, secondo il sindaco, è cambiato, grazie anche al tessuto locale di piccole e medie imprese che ha favorito la ripresa. “Crema non si aspetta provvidenze - ha spiegato Ceravolo - Sappiamo che il contratto d’area non sarà come quelli di Crotone e Manfredonia, ma se sarà limitato al solo comune di Crema noi protesteremo, perché anche Soresina, Castelleone e Pandino hanno sofferto le conseguenze della chiusura dell’Olivetti”.
Il sindaco crede nel contratto d’area come strumento per rilanciare l’economia cremasca. “E’ utile per tre ragioni: investire sulla viabilità, sperando in un trattamento privilegiato da parte delle Ferrovie, insistere con la Regione per un maggiore impegno sull’università, e promuovere l’avviamento professionale”. Ceravolo ha inoltre sottolineato l’importanza di sostenere le realtà del settore elettronico e robotico.
Ma il vero tasto dolente, per il sindaco di Crema, è rappresentato dalla cattiva viabilità della zona. Un tema, questo, che ha fatto capolino in tutti gli interventi di mercoledì mattina. “Un’azienda giapponese aveva pensato di investire nel Cremasco - ha rivelato il sindaco - ma, dopo aver calcolato i tempi necessari per raggiungere Milano e la Malpensa, visto che Linate sarà ridotto a scalo nazionale, ha deciso di insediarsi in Brianza”.
Per il presidente dell’amministrazione provinciale, Gian Carlo Corada, il miglioramento delle vie di trasporto e il potenziamento di università e ricerca sono due dei fattori fondamentali per attirare investimenti in tutto il territorio cremonese. “Il 42 per cento delle aziende provinciali opera nel Cremasco - ha spiegato Corada - e quindi sarebbe pericoloso se la situazione peggiorasse”. Il presidente della Provincia ha difeso la scelta compiuta dalle parti sociali di chiedere un contratto d’area per il Cremasco. “A Roma ci è stato detto di seguire la strada del contratto d’area per velocizzare le procedure. Quando è possibile farne a meno, non chiediamo aiuti esterni, ma, se li chiediamo, vuol dire che sono necessari”.
Per Ernesto Cabrini, dell’Associazione Industriali, i problemi del territorio cremonese sono il frutto bacato del conservatorismo provinciale. “La classe dirigente non ha mai pensato al futuro. Così negli anni ‘60 abbiamo perso l’università, negli anni ‘70 abbiamo saltato la fase dell’industrializzazione del territorio, negli anni ‘80 quella della costruzione delle infrastrutture, e negli anni ‘90 si è penalizzata l’industria a vantaggio dei servizi”. Noi dell’Associazione Industriali, ha spiegato Cabrini, “questa mentalità non la vogliamo più seguire”. Anche Cabrini difende la scelta del contratto d’area per Crema e il Cremasco. Per lui, “il contratto d’area non rappresenta un regalo alle imprese, ma è in realtà uno strumento utile per migliorare il territorio”. E ha aggiunto: “Il contratto d’area per il solo Comune di Crema non c’interessa, se il Cremasco non è un’area di crisi, si abbia il coraggio di dirlo”. E Cofferati, poco dopo, l’ha detto.
Anche Gino Villa, presidente della Camera di Commercio, ha denunciato la miopia della classe dirigente provinciale. “Manca una visione di quello che succederà tra 5-10 anni - ha detto Villa - I dati stanno migliorando, ma altri paesi hanno ritmi di sviluppo vertiginosi”. Per Osvaldo Domaneschi, segretario della Cisl di Cremona, è necessario decentrare il potere decisionale in materia di contratti d’area, “perché è assurdo che le risposte arrivino in tre anni”. Mino Grossi, segretario provinciale della Uil, ha ribadito invece le carenze infrastrutturali del sud della Lombardia, lanciando un appello a “consolidare l’esistente per creare le condizioni di sviluppo per il futuro”.
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Sei i contratti già firmati
I contratti d’area sono nati con lo scopo di aiutare a creare un ambiente favorevole a nuove iniziative imprenditoriali, e alla creazione di nuova occupazione nelle aree della penisola a più basso tasso di sviluppo ed a maggiore tensione occupazionale. Si tratta, in sintesi, di favorire nuovi investimenti produttivi garantendo velocità e certezza dell’azione amministrativa, realizzando concomitanza nelle decisioni delle diverse amministrazioni, stabilendo relazioni sindacali particolarmente favorevoli, assicurando un livello di costo del denaro non penalizzante rispetto alle altre aree del paese, realizzando investimenti e garantendo l’impegno a reinvestire gli utili nel rafforzamento patrimoniale e tecnologico delle singole iniziative.
E’ il governo a dover individuare le aree nelle quali gli interventi hanno maggiore probabilità di successo. Per essere considerata idonea per l’attivazione di un contratto d’area, una zona deve avere l’accertata disponibilità di concreti progetti di investimento. Sei contratti sono già stati firmati a Sassari-Alghero-Porto Torres, Gela, Ottana, Torre-Annunziata-Castellamare di Stabia, Crotone e Manfredonia, mentre Crema continua ad attendere la fine della fase istruttoria. I sei contratti approvati finora dal comitato di coordinamento delle iniziative per l’occupazione prevedono per il momento la creazione di 1.600 posti di lavoro, con un investimento complessivo tra pubblici e privati di circa 330 miliardi.
Dopo la chiusura dell’Olivetti e dell’Everest, il ministero del Lavoro e la Regione Lombardia hanno riconosciuto l’intero territorio cremasco come area di crisi. Da qui la speranza di sindacati e associazioni imprenditoriali locali di riuscire ad ottenere un contratto d’area per il territorio cremasco. Per riuscirci, però, si è dovuto enfatizzare il concetto di “vocazione attrattiva” del contratto d’area. Per Crema, cioè, non vengono richieste sovvenzioni per i nuovi insediamenti industriali, ma si spera che creando aree a basso costo, in presenza di infrastrutture adeguate e di un sindacato disposto a riconoscere flessibilità lavorativa, molte imprese scelgano di insediarsi nel cremasco. Una lettura più rigida della legislazione induce però a pensare che la formula del contratto d’area sia stata elaborata esclusivamente per aree ad alta disoccupazione. E ciò esclude Crema.
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Che cos’è la flessibilità del lavoro
La flessibilità del lavoro nei contratti d’area si concretizza in una serie di contratti a tempo determinato: il contratto di formazione lavoro, l’apprendistato, l’assunzione a tempo determinato e i contratti d’inserimento. I contratti d’area prevedono anche la possibilità di assumere mediante contratti part-time, e una moratoria delle contrattazioni dei premi aziendali per un periodo di quattro anni (limitatamente ai nuovi insediamenti ed agli ampliamenti).
Articolo pubblicato il 17 luglio 1998 su Nuova Cronaca
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